La carriera di Nicolò Bulega dal paradiso all’inferno e ritorno
Nicolò prima di arrivare alla Ducati era passato dal paradiso e dall’inferno. Astro nascente all’inizio, tanti dubbi in mezzo e infine il riscatto in SBK
Adesso che Nicolò Bulega è campione del mondo Superbike, adesso che ha conquistato una valanga di record tra vittorie consecutive, pole position consecutive, giri veloci e tutto il resto, viene da dire che è stato facile. Non è così. Non solo per la pressione cui viene sottoposto uno che deve vincere per forza, ma per tutto quello che era successo prima. Nicolò, 25 anni da Taneto di Gattatico, provincia di Reggio Emilia (è nato il 16 ottobre 1999), prima di arrivare alla Ducati era passato dal paradiso e dall’inferno. Astro nascente all’inizio, quando nel 2011 aveva vinto i titoli italiano ed europeo MiniGP junior 50, poi l’italiano PreGP 125 nel 2012 e l’anno dopo il PreGP 250. Nel 2015, addirittura la vittoria nel campionato spagnolo Moto3 che ha la titolazione di Mondiale Junior Moto3, con tre terzi posti, tre secondi e una vittoria. Il papà, Davide, che a sua volta era stato un buon pilota nel mondiale 250 GP, non stava più nella pelle. Era lanciatissimo il ragazzo, chiamato da VR46 per fare il mondiale 2016 in squadra con Andrea Migno, Romano Fenati e Lorenzo Dalla Porta. Con risultati interessantissimi: sesto nel primo Gran Premio stagionale in Qatar, pole position e il podio in Spagna, terzo in Giappone. E l’anno dopo, con la stessa squadra, ancora la pole in Giappone, insieme a un infortunio al piede destro nell’ultima gara. L’inizio dei guai: nel 2018 quattro gare perse per un incidente domestico, miglior risultato stagionale, un settimo posto in Thailandia.
Poi, sempre con VR46, la Moto2, ma nel 2019 non è andato oltre un settimo posto in Repubblica Ceca, 17º in campionato, e nel 2020 con il team Gresini si è fermato all’ottavo del Gran Premio d’Europa, 20º della classifica finale. Ancora peggio nel 2021, quando con la stessa squadra i migliori risultati sono stati due undicesimi posti e un paio di infortuni.
La rinascita con la Supersport
Così non va bene, sono quei momenti in cui un pilota comincia a chiedersi se sia il caso di andare avanti. Invece il team Aruba è arrivato come la provvidenza: nel settembre 2021 l’annuncio del suo ingaggio per il mondiale SuperSport 2022 in sella a una Panigale V2, nella prima prova del campionato il terzo posto in Gara 2 che ha riportato una Ducati sul podio della categoria da cui mancava dal 2007, e poi altri otto podi e il quarto posto della classifica finale. Preludio di una stagione 2023 che con la stessa squadra e la stessa moto lo ha visto conquistare il titolo iridato, 16 vittorie su 24 gare e 10 pole position su 12.
Il successo con le grosse cilindrate
Bulega, che aveva iniziato la carriera con le piccole cilindrate, si è scoperto fenomeno con le grosse guadagnando la promozione al mondiale Superbike con il team Ducati ufficiale nel 2024, a fianco di Alvaro Bautista, campione uscente. L’esordio in Australia è stato da paura con la vittoria, il giro più veloce e la pole position; poi l’esplosione di Toprak Razgatlioglu con le sue 13 vittorie consecutive, ma Nicolò è comunque stato l’unico a resistere alla supremazia del turco terminando la stagione al secondo posto, prestazione replicata nel 2025 ma a un livello decisamente superiore, con 14 vittorie e solo 13 punti di distacco dal turco nuovamente vincitore.
Nel 2025 la MotoGP
Un’altra cosa molto importante è avvenuta nel 2025: il debutto in MotoGP in sostituzione dell’infortunato Marc Marquez negli ultimi due appuntamenti stagionali, sempre con la Ducati. Nulla di memorabile ma comunque due piazzamenti a punti: all’esordio in una categoria nuova e difficilissima è più che onorevole.
Il resto è storia di oggi: nel 2026, caposquadra del team Aruba Ducati ufficiale a fianco di Iker Lecuona, ha dominato in lungo e in largo stabilendo record, vincendo gare a ripetizione, conquistando il titolo con due round di anticipo e guadagnando la promozione al mondiale MotoGP per l’anno prossimo. Di nuovo con il team VR46.
Sì, valeva proprio la pena di andare avanti.
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