Varta fallisce, Apple preferisce la Cina. Le batterie europee sono un miraggio
Dopo Northvolt, tocca a Varta, che finisce in amministrazione controllata. A pesare è stato anche l'addio di Apple, che avrebbe deciso di spostare gli approvvigionamenti verso fornitori cinesi. Un'altra battuta d'arresto per un'industria europea delle batterie che fatica ancora a trasformarsi in un vero concorrente dei colossi asiatici
Varta in amministrazione controllata
Non c'è pace per l'industria europea delle batterie. Dopo il clamoroso fallimento della svedese Northvolt, un'altra azienda simbolo del settore finisce in grave difficoltà: il produttore tedesco Varta ha infatti presentato istanza di insolvenza in Germania, nonostante la profonda ristrutturazione completata appena pochi mesi fa. Una vicenda che va ben oltre le difficoltà di una singola azienda e che riaccende i dubbi sulla capacità dell'Europa di costruire una filiera delle batterie davvero competitiva rispetto ai giganti asiatici. Un’utopia.
Il colpo di grazia arriva da Apple
I problemi di Varta, va precisato, non nascono oggi. L'azienda era già alle prese con perdite, debiti e una difficile riorganizzazione finanziaria, tanto che nel 2024 gli azionisti avevano perso le proprie quote e i creditori avevano accettato di rinunciare a parte dei loro crediti pur di evitare il fallimento. A rendere però ancora più critica la situazione è arrivata la decisione di Apple, principale cliente dello stabilimento di Nördlingen, in Baviera, che ha deciso di interrompere gli ordini, continuando ad acquistare da Varta soltanto fino a novembre le batterie a bottone destinate agli AirPods. Secondo quanto emerso, in futuro Apple dovrebbe rivolgersi a produttori cinesi, confermando ancora una volta il predominio dell'industria asiatica nel settore. Tra i nomi che potrebbero beneficiare di questa scelta figurano aziende come ATL (Amperex Technology Limited) e Sunwoda, due dei principali fornitori cinesi di batterie per l'elettronica di consumo. Pur non essendo la causa originaria della crisi, è evidente che l'addio di Apple rappresenti il colpo di grazia per un'azienda che perde così uno dei suoi clienti più importanti.
Dopo Northvolt, un'altra sconfitta per l'Europa
Come ricordato, la vicenda di Varta arriva a pochi mesi dal fallimento di Northvolt, startup svedese che avrebbe dovuto diventare la risposta europea ai colossi asiatici delle batterie. Il suo crollo aveva già evidenziato quanto fosse difficile competere con produttori ormai consolidati, capaci di offrire prezzi inferiori, enormi capacità produttive e catene di approvvigionamento ormai rodate. Chiaro dunque che con la crisi di Varta il quadro si faccia ancora più preoccupante. Le due aziende rappresentavano infatti alcuni dei principali pilastri dell'ambizione europea di costruire una filiera autonoma delle batterie, riducendo la dipendenza dalle importazioni asiatiche proprio mentre il mercato dell'auto elettrica continua a crescere.
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Il settore europeo è mai nato?
Negli ultimi anni Bruxelles e i governi nazionali hanno annunciato miliardi di euro di investimenti per creare un'industria europea delle batterie. L'obiettivo era costruire una filiera completa, dalla produzione delle celle fino al riciclo, capace di competere con i leader mondiali. La realtà, almeno finora, racconta però una storia diversa. Oggi il mercato continua a essere dominato da aziende cinesi come CATL e BYD, affiancate da colossi sudcoreani come LG Energy Solution e Samsung SDI, che possono contare su economie di scala, tecnologie mature e costi di produzione difficili da eguagliare. A quasi dieci anni dall'avvio delle strategie comunitarie sulle batterie, l'Europa continua a inseguire concorrenti che nel frattempo hanno aumentato ulteriormente il proprio vantaggio tecnologico e produttivo. Il risultato è che, mentre Bruxelles cercava di costruire una filiera continentale, la Cina consolidava una leadership ormai estesa all'intera catena del valore, dall'estrazione delle materie prime alla produzione delle celle. In questo scenario, anche la decisione di Apple di rivolgersi ai fornitori cinesi appare meno come un caso isolato e più come il sintomo di un divario industriale che, almeno oggi, anche nel campo delle batterie, sembra sempre più difficile da colmare.
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