Eri bellissima... come rovinare una Guzzi V7. La Bonanza di Kaffeemaschine
Kaffeemaschine trasforma una V7 Special in un omaggio alle bici col sellino a banana degli anni 70. Lavoro curato, idea discutibile
Dalla poltrona al sellino a banana
A fine anni 60 la V7 Special era la granturismo con cui Mandello puntava tutto su comodità e resistenza: una moto fatta per macinare chilometri seduti composti, non certo per fare i ribelli. Più di mezzo secolo dopo, il suo telaio è finito ad Amburgo, nei 330 m² dell'officina di Axel Budde, che con il marchio Kaffeemaschine si è fatto un nome rimettendo in strada vecchie Guzzi con un gusto da café racer piuttosto rigoroso. Stavolta, però, il rigore è rimasto nel cassetto.
Tutto è partito, racconta Budde, dopo aver modificato l'inclinazione del cannotto di sterzo e il tubo principale del telaio: la moto aveva cambiato faccia e gli ricordava un incrocio tra tracker, drag e chopper. Da lì il salto è arrivato dritto all'infanzia, alle Bonanzarad. Per chi non è cresciuto in Germania: sono le biciclette che dal 1970 comparivano nel catalogo Neckermann con sellino a banana, manubrio alto a corna e leva del cambio piantata sul tubo orizzontale, cugine tedesche della Raleigh Chopper inglese o, se vogliamo, l'equivalente teutonico della nostra mitica Saltafoss. Il nome del progetto, Bonanza, viene da lì. La moto, la cinquantunesima uscita dall'officina di Amburgo, è stata esposta a giugno al Wheels & Waves, a Biarritz.
Quattro anime e un tamburo
Il problema, se così si vuole chiamarlo, è che dentro questa Guzzi convivono almeno quattro idee diverse. C'è il codino rastremato da flat track, ci sono le gomme Heidenau da ovale in terra, c'è il piglio da chopper del telaio rivisto e c'è un manubrio da scrambler piegato all'indietro che mette in sella con la schiena dritta. A tenere insieme il tutto ci pensa un unico guscio disegnato al CAD e stampato in 3D in composito rinforzato con fibra di carbonio, che parte dal serbatoio, fa da base alla sella e finisce nella coda.
Sotto, Budde ha nascosto l'impianto elettrico, raccolto sotto il serbatoio, e una batteria compatta infilata nella gobba del codino. Il guscio è verniciato in azzurro chiaro con filetti blu, mentre telaio, forcellone e piastre sono sabbiati e pallinati per ottenere una finitura metallica opaca; cromati invece collettori di scarico e manubrio. Del nero, gomme a parte, praticamente non c'è traccia: in un mondo custom che da anni si veste a lutto, almeno questo va riconosciuto. All'anteriore lavora una forcella di Le Mans 1 modificata, con il mozzo a tamburo di una Yamaha XT e cerchi Excel; dietro resta il gruppo trasmissione della V7 con il suo freno. Il faro sta dentro un portafaro stampato in 3D, rifinito come i coperchi motore, e la strumentazione è ridotta a un display Motogadget. Un tamburo davanti per fermare 70 CV è una scelta che parla più allo stile che agli spazi di frenata.
Della V7 Special si piò dire tutto, ma non che sia una scavezzacollo
Sotto il guscio, sangue di Mandello
Motore e cambio arrivano da una 850 T, la granturismo lanciata nel 1974: il bicilindrico da 844 cm³ è stato revisionato e aggiornato con accensione elettronica, volano alleggerito e carburatori con cornetti di aspirazione liberi. Secondo il preparatore ora eroga 70 CV, contro i 45 della Special di serie, e con lui arriva anche la quinta marcia che la Special non aveva. Il peso con tutti i liquidi si ferma a 159 kg, quando la Special superava abbondantemente i due quintali. Rovinata, allora? Il lavoro è pulito, leggero e curato nei dettagli, e lo stesso Budde tempo fa diceva di non avere cuore di mettere mano a una V7 Sport originale in buone condizioni: qui si è partiti dallo scheletro di una Special. A lasciare perplessi è l'idea di prendere una delle Guzzi più posate di sempre e trasformarla nell'omaggio a una bici per ragazzini, con quattro stili a contendersi la stessa moto. La Bonanza è in vendita, prezzo non comunicato. Chi la comprerà: un guzzista di lungo corso o un ex ragazzino tedesco che la Bonanzarad non l'ha mai avuta?
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