Addio a Francesco Guccini, maestro delle parole
Francesco Guccini se n'è andato a 86 anni nella sua Pavana. Cantautore, scrittore, professore, con le sue parole ha segnato gli ultimi 60 anni della musica e della letteratura italiana
Da Modena a Pavana, con Bologna nel mezzo
Francesco Guccini si è spento questa mattina, giovedì 6 agosto, a Pavana, sull'Appennino tosco-emiliano in provincia di Pistoia, circondato dai suoi cari. Aveva 86 anni. La famiglia ha fatto sapere che le esequie saranno strettamente private, mentre a settembre ci sarà una cerimonia commemorativa per chi vorrà salutarlo. Era nato a Modena il 14 giugno 1940, e amava ricordare di essere arrivato al mondo quattro giorni dopo l'ingresso dell'Italia nella Seconda guerra mondiale. Con il padre richiamato alle armi finisce già da bambino sull'Appennino pistoiese, e quel posto non lo mollerà più. Poi il ritorno a Modena, il diploma, qualche lavoretto e la gavetta da cronista alla Gazzetta di Modena, quindi Bologna all'inizio degli anni Sessanta. Il gruppo con cui comincia, prima Hurricanes, poi Snakers, infine I Gatti, suonava musica da ballo nelle balere: partenza poco epica, per uno che di lì a poco avrebbe riscritto le regole della canzone italiana. Il debutto da solista arrivò nel marzo del 1967 con Folk beat n. 1, disco che passò pressoché inosservato: "praticamente nullo" il riscontro, ammise lui stesso anni dopo. Nel frattempo però scriveva per gli altri e faceva centro. In quel periodo arrivarono perle assolute come La canzone del bambino nel vento (Auschwitz), incisa per prima dall'Equipe 84 e poi ripresa dai Nomadi e Dio è morto e Noi non ci saremo, sempre per i Nomadi. Il successo vero, però, arriva con Radici, nel 1972. Nel mezzo una vita parallela che vale quanto i suoi dischi: fino alla metà degli anni Ottanta insegna italiano agli studenti americani del Dickinson College a Bologna, pur non essendosi mai laureato. Diede tutti gli esami, poi pensò di presentare come tesi il dizionario del dialetto di Pavana a cui aveva lavorato per anni, ma in segreteria gli chiesero una montagna di tasse arretrate e lui mollò lì: "Tenetevi la tesi e la laurea, e buonanotte". In seguito gliene arrivarono comunque due, honoris causa. Ha anche recitato in diversi film: Adolfo il barista di Radiofreccia di Ligabue, però, è quello che ricordano tutti.
Quando le canzoni pesavano quanto i comizi
Per capire cosa è stato Guccini bisogna guardarsi intorno e capire chi aveva a fianco. Quando lui esordisce, a Genova hanno già rivoltato la canzone italiana da un pezzo: Bindi, Paoli, Lauzi, Tenco e il più giovane di tutti, Fabrizio De André. Poi arriva il giro di boa: Tenco muore a Sanremo nel gennaio del 1967, e appena due mesi dopo esce il già citato Folk beat n. 1. La generazione successiva si prende la scena con un'idea più ruvida di cosa debba dire una canzone. È il gruppo di De Gregori e Venditti a Roma, di Lucio Dalla a Bologna, di Gaber e poi dell'altro professore, Vecchioni, a Milano, con Guccini nel mezzo: gente che si studiava a distanza e che si ritrovò addosso l'etichetta di "cantautore impegnato" in un Paese dove al concerto si arrivava con le bandiere e con la pretesa che dal palco la pensassero esattamente come te. A metà anni Settanta Guccini era il riferimento più solido per la sinistra e per i movimenti studenteschi, che a Bologna avevano una delle loro capitali. Il suo repertorio è politico eccome: La locomotiva, ad esempio, racconta la storia romanzata dell'anarchico Pietro Rigosi, otto minuti e diciassette secondi che divennero immeditamente un inno, una sorta di comandamento morale da mandare a memoria. Ma Guccini, geloso della sua libertà, il militante su ordinazione non ha mai voluto farlo. Nel 1976 esce Via Paolo Fabbri 43, che è l'indirizzo vero dove abitava nel rione Cirenaica, e dentro quell'album c'è L'avvelenata: cinque minuti di sassate contro tutti, contro il critico Riccardo Bertoncelli, che aveva liquidato il suo disco precedente definendolo un artista finito a cui non restava più niente da dire, contro le ipocrisie dei discografici e contro lo stillicidio ideologico a cui era sottoposto in quanto autore "politico". Due anni dopo, in Eskimo, fa i conti con il 68 e con il disincanto arrivato subito dopo, prendendo il titolo proprio dal giaccone simbolo, all'epoca, della controcultura. Più avanti si mette invece a rileggere i classici in chiave contemporanea: Don Chisciotte, dove canta il cavaliere lasciando la parte di Sancho Panza al suo chitarrista storico Flaco Biondini, è diventata l'inno di chiunque abbia continuato a perseguire un ideale. Il resto lo faceva l'osteria, che è sempre rimasta la sua dimensione preferita: l'Osteria delle Dame di Bologna l'aveva addirittura fondata lui nel 1970, insieme al domenicano padre Michele Casali, ed è lì che sfidò, racconta lui, a scopa De André, conservando poi per sempre le mille lire che il genovese gli firmò dopo aver perso. Nel 2012, dopo L'ultima Thule, annunciò che non avrebbe più inciso né tenuto concerti: promessa mantenuta sui palchi, un po' meno in studio, visto che sarebbero arrivati Canzoni da intorto nel 2022, Canzoni da osteria nel 2023 e nel 2024 una Bella ciao cantata con Tosca in italiano e in farsi.
Una Guzzi GT 17 nel suo ultimo giallo
E se arrivati a questo punto vi starete chiedendo per quale motivo un articolo su Guccini debba finire su inSella (oltre alla voglia dell'autore di scriverlo, s'intende), sappiate che Francesco Guccini era anche un ottimo scrittore e che in Vola Golondrina (Giunti, 2023), ultimo capitolo della serie di gialli scritti a quattro mani con Loriano Macchiavelli, si apre proprio con una moto. La trama: nella notte prima delle elezioni del 18 aprile 1948 qualcuno corre lungo la strada del paese cantando in una lingua straniera, finché in una casa abbandonata si trova un cadavere accanto a una vecchia Guzzi GT 17 dotata di sidecar. Scelta tutt'altro che casuale. La GT 17 è stata la prima moto militare costruita dalla Casa di Mandello, prodotta dal 1932 al 1939 per il Regio Esercito, e fu usata anche dai reparti italiani impegnati nella guerra civile spagnola: che nel romanzo è l'altro capo del filo, insieme alla Barcellona del 1938.
Insomma, nella vita di Francesco Guccini non c'è mai stata una parola scelta a caso, né cantata né scritta. In Quattro stracci, ad esempio, elencando tutto quello che la sua donna gli rimproverava di non essere, si dipingeva come uno che "coi motori non ci sa fare" e che "non sa neanche guidare". E poi, per l'ultimo dei suoi gialli, è andato a cercarsi una Guzzi degli anni 30, quella giusta, ovviamente. Grazie anche per questo, Maestrone.