L'ultimo giro di Alex Zanardi: handbike sull'altare e basilica gremita
L'addio della città Padova ad Alex Zanardi: la handbike sull'altare, gli atleti di Obiettivo 3 e le parole del figlio Niccolò
Una handbike accanto all'altare
C'è un'immagine che riassume la giornata di Padova meglio di qualsiasi orazione: la handbike di Alex Zanardi posata sui gradini, davanti alla bara bianca, dentro la basilica di Santa Giustina. È il mezzo con cui aveva vinto l'oro paralimpico a Londra 2012, ed era lì stamattina come testimone silenzioso della seconda vita di un uomo che le gambe le aveva perse al Lausitzring nel 2001, in un impatto in pista, e a cui il destino aveva poi presentato un secondo conto in Toscana nel 2020, quando in handbike si scontrò con un camion. Davanti al feretro, come scudo, gli atleti di Obiettivo 3, il progetto fondato da Zanardi per portare allo sport persone con disabilità: lo stesso gruppo che aveva accompagnato la bara all'ingresso, sotto una pioggerella sottile e l'applauso lunghissimo di Prato della Valle. Dentro, oltre duemila persone. Fuori, altre centinaia davanti ai maxischermi.

Le parole di don Pozza
A celebrare la messa è stato don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi e amico di Alex da anni scanditi da progetti benefici e telefonate. È lui che, dopo l'incidente del 2020, gli aveva fatto recapitare una corona del rosario e una lettera di papa Francesco. Nell'omelia ha tenuto un tono lontano dalla retorica funebre, scegliendo di raccontare un Alex che pochi conoscevano. Una sosta in Autogrill di dieci anni fa, sull'A14: di ritorno da un incontro pubblico, don Pozza aveva con sé due detenuti, due ragazzi con anni di galera alle spalle. Li aveva portati lì apposta per farli ascoltare da Alex. E Alex, raccontava il prete dall'altare, li aveva ascoltati davvero, immobile, senza distrarsi un secondo. Poi si era alzato sulla stampella, li aveva abbracciati e aveva detto due cose. La prima, ruvida: "Avete fatto un gran bel casino, porcavacca. Però tanto di cappello per come vi state scavando dentro". La seconda, una specie di lascito: "E se poteste tornare indietro, lo rifareste? Bastano cinque secondi in più, ogni tanto, per fare la differenza. Negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro. È l'idea di provare a fare qualcosa di diverso da quello che stai per fare. Cercateli ovunque, quei cinque secondi". Termina don Pozza: "Alex era capace di estrarre sempre il bene dal male, anche da morto continuerà a parlare di obiettivi". A nome della famiglia, la cognata Barbara Manni ha letto un passaggio che ha condensato tutto: "Combattente è la parola che racconta la sua essenza più vera".
Niccolò, Daniela e il commiato
In prima fila la moglie Daniela, il figlio Niccolò, la madre Anna. È stato Niccolò a prendere il microfono prima della fine, e ha scelto di raccontare il padre attraverso piccole cose: l'Alex che si fa il caffè, che il sabato impasta la pizza, che chiama il figlio per "pistolare con lo Spid". "Non serve essere Alex Zanardi per avere una vita meravigliosa", ha detto. "Chiunque può averla, trovando il sorriso nelle piccole cose, perché da lì si costruiscono quelle grandi". Tra i presenti il ministro dello Sport Andrea Abodi, l'ex presidente del Coni Giovanni Malagò, Stefano Domenicali, Bebe Vio, Giusy Versace e Alberto Tomba, compaesano bolognese di Alex. Le corone dalle istituzioni e dai marchi che lo avevano accompagnato in pista: Ferrari e BMW, su tutte. La bara è uscita poco prima delle 13 sulle note di "Ti insegnerò a volare (Alex)", la canzone che Roberto Vecchioni e Francesco Guccini gli avevano dedicato nel 2018. Il carro funebre è rimasto aperto a lungo, perché chi era venuto da fuori potesse passare e dare un'ultima carezza al legno. Le ultime parole le ha pronunciate la moglie Daniela: "Vi amo tutti".
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