Custom da incubo: Royal Enfield HNTR 350 "Konyak" by JD Customs
Una HNTR 350 trasformata in scrambler tribale con mascherina da guerriero e tappo del serbatoio cerimoniale. Il lavoro è impeccabile, il senso dell'operazione un po' meno
Quando il brief è più pesante della moto
JD Customs, customizer della regione indiana del Gujarat, al tempo del lancio della HNTR ha ricevuto da Royal Enfield l'incarico di costruire una special per il tour promozionale "Hunterhood". Il tema assegnato? Il Nordest dell'India, terra di foreste impenetrabili e tribù dalla storia millenaria. Il risultato?
Una scrambler battezzata "Konyak", come l'omonima tribù del Nagaland, nota per la tradizione guerriera e i tatuaggi rituali che ne raccontavano le gesta.
Dal punto di vista tecnico, in realtà, il lavoro non è affatto banale: il retrotreno è stato convertito da doppio ammortizzatore a monoammortizzatore con forcellone modificato, la forcella è stata rialzata per aumentare la luce a terra, ed è stato realizzato un nuovo telaietto su misura per alzare la sella e spostare il pilota in posizione più eretta. Lo scarico alto in acciaio inox, fatto a mano, è pensato per restare lontano da fango e rocce. Tutto ben eseguito, nulla da dire se non fosse che trasformare una Hunter in scrambler da fuoristrada è un po' come mettere le gomme tassellate a una Vespa e puntare verso il Sahara. L'intenzione è nobile, l'esecuzione ineccepibile, il risultato un tantino meno riuscito.
Nel mondo custom esiste il reato di appropriazione culturale?
Un viso, un frontale
La mascherina frontale, che sostituisce il faro tondo originale con due LED, è dichiaratamente ispirata a un volto Konyak. L'idea di trasformare il muso di una moto in un'interpretazione stilizzata di un volto umano è, come dire, coraggiosa: il confine tra "omaggio culturale" e "maschera di carnevale motorizzata" è sottile, e qui ci si balla sopra con disinvoltura. A rendere il tutto ancora più evidente ci pensa poi il tappo del serbatoio, un pezzo in ottone lavorato a mano che riproduce una collana cerimoniale dei Konyak, quelle che nella tradizione rappresentavano il coraggio e lo status del guerriero. A completare il quadro, una livrea verde scuro (omaggio alle foreste del Nordest) con cerchi dorati, bordi color avorio e sottili filetti rosso scuro che, secondo il builder, evocano la storia guerriera e dei Konyak. Insomma, un intero capitolo di antropologia culturale condensato su una moto da 20 CV.
Tappo sobrio e minimale
Il risultato?
A parte gli scherzi e l'irriverenza di questa rubrica, JD Customs sa lavorare, questo è fuori discussione: la conversione al monoammortizzatore, il sottotelaio, lo scarico artigianale sono tutti interventi interessanti ben realizzati. Il problema, come spesso accade nelle moto protagoniste di questa rubrica, non è nel "why" ma nel "because", tanto per citare uno dei tormentoni più divertenti che hanno reso celebre il mitico Frengo di Antonio Albanese. Caricare una piccola roadster di un apparato simbolico-culturale così denso rischia di farci chiedere: ma ce n'era davvero bisogno? La Konyak è una special tecnicamente curata ma esteticamente discutibile e concettualmente sovraccarica, dove la narrazione pesa più dell'acciaio di cui è costuita. È un cortocircuito di semiotica applicata al garage: si è trasformata una ricerca di senso (il why) in una risposta monumentale e ingombrante (il because), dimenticando che nella meccanica ma soprattutto nella customizzazione, spesso, l'ingrediente principale è la sottrazione.
Ma ci sono anche cose belle
Foto e immagini