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Carbonio a fine ciclo: Suzuki prova le carene in fibra di lino

La fibra di carbonio potrebbe presto avere una concorrente decisamente più ecologica: quella di lino. L'azienda svizzera Bcomp ha sviluppato un materiale composito già utilizzato da Suzuki nelle gare endurance che pesa poco, riduce le emissioni durante la produzione e, in caso di caduta, potrebbe risultare perfino più sicuro del carbonio tradizionale 

Dal campo di lino alla pista

Leggera, rigida e resistente, la fibra di carbonio è da decenni uno dei materiali più apprezzati nel mondo delle competizioni. Ha però un difetto: produrla richiede molta energia, con un conseguente impatto sia sui costi che dal punto di vista ambientale. Da qui l’idea partorita da Bcomp, azienda svizzera specializzata nello sviluppo di materiali compositi a base di fibre naturali. La soluzione si chiama ampliTex ed è un tessuto tecnico realizzato con fibre di lino che, opportunamente impregnate di resina, possono essere utilizzate per produrre carene, parafanghi e altre componenti automotive. Il procedimento è simile a quello impiegato per il carbonio: il tessuto viene disposto negli stampi, impregnato di resina e sottoposto a un processo di indurimento. La differenza sta nella materia prima, che nel caso del lino cresce nei campi anziché essere ottenuta attraverso processi industriali ad alta temperatura.

Fino all'85% di CO₂ in meno

Secondo i dati dichiarati da Bcomp, l'impiego dei suoi compositi naturali può consentire una riduzione delle emissioni di CO₂ fino all'85% rispetto a componenti equivalenti realizzati in carbonio. Il confronto riguarda la produzione, dall'approvvigionamento delle materie prime fino al componente finito, e non l'intero ciclo di vita del veicolo. 
 

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Ma le prestazioni? Qui entra in gioco un'altra tecnologia sviluppata dall'azienda, chiamata powerRibs, ovvero una particolare struttura di rinforzo tridimensionale, ispirata alle nervature delle foglie, che permette di aumentare sensibilmente la rigidità dei pannelli senza appesantirli troppo. Combinando ampliTex e powerRibs, Bcomp sostiene di poter ottenere componenti con peso e rigidità paragonabili a quelli in carbonio. Poichè la resistenza meccanica massima rimane tuttavia inferiore, la nuova tecnologia a base di lino si dimostra particolarmente indicata per carene ed elementi non strutturali, piuttosto che per telai o altre parti sottoposte a sollecitazioni elevate.

Suzuki lo ha già messo alla prova

A dimostrare che non si tratta soltanto di un esperimento da laboratorio c'è la Suzuki GSX-R1000R del Team CN Challenge impegnata nella 8 Ore di Suzuka. Grazie alla collaborazione tra Bcomp e lo specialista giapponese Tras, la moto utilizza infatti componenti in fibra di lino già dal 2024. 
 

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Nel 2026 l'impiego del materiale è stato ulteriormente ampliato, arrivando a comprendere parafanghi anteriori e posteriori, fiancate e codone, oltre ad altri elementi della carrozzeria. Al di la di peso ed “ecologia” produttiva, un ulteriore vantaggio emerso proprio durante una caduta nell'edizione 2025 è che una sezione della carenatura si è danneggiata senza però disintegrarsi, conservando sostanzialmente la propria forma e rimanendo fissata alla moto. Comportamento assai diverso da quello del carbonio, che in seguito a un forte impatto può produrre schegge molto taglienti. 

E sulle moto di serie?

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Per il momento Suzuki utilizza questi materiali soprattutto come banco di prova nelle competizioni, ma l'eventuale applicazione alla produzione di serie è come ovvio oggetto di valutazione. 
Del resto Bcomp non è nuova al mondo delle due ruote. Come avevamo raccontato a proposito dello scooter elettrico Ather Redux, la stessa tecnologia ampliTex è stata impiegata anche per realizzare scudo e pannelli della carrozzeria di un prototipo destinato alla mobilità urbana. Restano da affrontare soprattutto i costi, la produzione su larga scala e i limiti di resistenza rispetto al carbonio. Ma tra competizioni e prototipi, la strada sembra tracciata: il carbonio non è destinato a scomparire, ma in futuro potrebbe essere affiancato da materiali di origine vegetale.

C’è chi ci aveva già provato ottant'anni fa

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Va ricordato: l’impiego delle fibre vegetali nell'industria automobilistica non è certo una novità. Già nel 1941 Henry Ford presentò la celebre Soybean Car, un prototipo con telaio in acciaio e carrozzeria composta da 14 pannelli di materiale plastico di origine in parte vegetale (la composizione esatta rimane sconosciuta) a base di fibre di canapa, soia, lino e grano. L'auto pesava circa 450 kg meno di una equivalente con carrozzeria in acciaio ed i test sulla la resistenza agli urti avevano dato ottimi risultati. Complici l'ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, le forti pressioni industriali da parte di alcune aziende del settore petrolchimico e le conseguenti restrizioni legislative che limitarono enormemente la coltivazione di canapa, il progetto fu però abbandonato. Non per nulla, negli anni successivi, la diffusione delle plastiche derivate dal petrolio, sempre più economiche e facili da produrre su larga scala, contribuì a relegare in "secondo piano" queste sperimentazioni. Sperimentazioni che oggi, a distanza di oltre ottant'anni, tornano a suscitare l'interesse dei grandi costruttori. 

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Lo dimostra la Suzuki GSX-R1000R di cui abbiamo parlato, ma anche l'impegno di BMW, che proprio in collaborazione con Bcomp ha sperimentato compositi in fibra di lino sulla M4 GT4 e sulla monoposto di Formula E iFE.20, arrivando a studiarne l'impiego persino per i tetti delle future auto di serie.

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