Puch Maxi S: 5 motori e una chiave inglese per accenderlo
Un moped con cinque motori da accendere con una chiave inglese. Benvenuti nella follia estrema del custom
La cerimonia di accensione
Per accendere il Puch di Uwe Oltmanns serve una chiave inglese. E un po' di pazienza, perché di motori da svegliare uno alla volta ce ne sono cinque. Si comincia attivando la ruota posteriore finché il primo cilindro non prende vita, poi con la chiave si liberano una dopo l'altra le frizioni centrifughe degli altri quattro, finché tutti i pistoni girano all'unisono. Quando il concerto è al completo il rumore sale a 127,5 decibel, e l'unico modo per fermare la faccenda è togliere tutte e cinque le candele. Benvenuti nella Germania del Nord, dove le campagne piatte sotto il Mare del Nord hanno costruito negli anni una cultura tuning interamente dedicata ai ciclomotori. La base di partenza del moped di Uwe è un Puch Maxi S del 1976, monocilindrico due tempi da 48,8 cm³ a una marcia, il tipo di mezzo con cui i ragazzini tedeschi degli anni Settanta andavano a scuola. Oltmanns, che nella vita normale costruisce a mano parti per motori d'anteguerra delle BMW 328, ne ha affiancati altri quattro per arrivare a 350 cm³ tondi. Quasi una mezza moto vera, ma ancora dichiarata ciclomotore.
Ma i piedi, dove si appoggiano?
Gioiello tutto pazzo
Il telaio principale è quello originale, ma del retrotreno non è rimasto granché: il telaietto posteriore è stato segato via e rifatto a mano con linee spigolose. Sulle sospensioni Oltmanns si è tolto un lusso surreale. Il forcellone monobraccio è un prototipo sviluppato a suo tempo per l'Aprilia da Mondiale di Ralf Waldmann (anno 1993, secondo chi ha documentato la costruzione), modificato per il Puch e accoppiato a un ammortizzatore da mountain bike nascosto sotto sella tramite una serie di parti ricavate al CNC.
Davanti, una forcella WP arrivata dalla stessa Aprilia: una delle sessanta sole mai prodotte. Cerchio posteriore PVM a tre razze in magnesio, anteriore artigianale ottenuto fondendo il cerchione del ciclomotore con un canale ricavato dal pieno, pinze Braking, dischi in acciaio inox tagliati al laser. Verniciatura argento-oro-nero testurizzata firmata da un airbrusher locale, e un faro CNC che Oltmanns ha progettato alle cinque del mattino dopo una festa, usando la tecnologia a prismi del proiettore della BMW Z8. Ogni motore è stato rialesato a 70 cm³, dotato di carburatore, frizione centrifuga e scarico libero. I tre cilindri inferiori sono collegati a un albero centrale, gli altri due lavorano con due trasmissioni a cinghia indipendenti. Sven Wedemeyer, fotografo e amico di Uwe, non gira intorno alla questione: il Puch funziona, ma di fatto è inguidabile per il rumore e il calore che sprigiona. Poco importa: non è un mezzo di trasporto, è una scultura costruita per essere ammirata.
Foto e immagini