Perché quella moto riemersa dalla sabbia fa paura, oggi più che mai
Dal Danubio in secca è riaffiorata una DKW militare del 1944. Insieme a mine, proiettili e ai resti di due soldati. Su quello stesso fiume ora cadono i droni e la sensazione è che, come sempre, dal passato noi non siamo in grado di imparare nulla
Settembre 1944: il fiume diventa una fossa comune
Risalivano la corrente perché era l'unica direzione rimasta. La flottiglia tedesca del Mar Nero puntava verso l'Ungheria e l'Austria con l'Armata Rossa alle calcagna. Nessuno, su quei ponti, si raccontava più la favola della vittoria: si trattava soltanto di guadagnare tempo. Così, arrivati all'altezza delle Porte di Ferro, i tedeschi fecero l'unica cosa che restava da fare e affondarono deliberatamente la propria flotta. Fino a duecento natanti colati a picco per trasformare il Danubio in un tappo. La Germania si sarebbe arresa solo otto mesi dopo, nel maggio 1945, ma quel gesto era già una resa firmata.
Ottant'anni dopo, davanti a Prahovo, in Serbia, quei relitti sono ancora lì. Non sono un ricordo: sono un problema di ingegneria. Le carcasse lasciano navigabile appena un terzo della sezione del fiume e molte contengono ancora esplosivo, il che rende ogni tentativo di rimozione un lavoro da artificieri più che da recuperanti. La bonifica va avanti a fatica, la Serbia ci prova dal 2020, l'Unione Europea ha stanziato fondi per togliere di mezzo ventuno relitti entro il 2028, e intanto, ogni estate secca, il fiume li restituisce. Nel 2022 ne riemersero più di venti. Quest'anno gli abitanti di Prahovo ne hanno contati a decine.
Una DKW di ghisa
La moto (ne parliamo qui), invece, è saltata fuori molto più a monte, in pieno centro di Budapest, sul lato di Buda all'altezza di piazza Batthyány. L'hanno vista dei passanti: una forcella che spuntava dal fango e dai sassi. Il Museo e Istituto di Storia Militare ungherese ha identificato il mezzo e ha scavato: è una DKW NZ 350-1, quasi integra, con tanto di tanica di benzina. Intorno c'erano mine anticarro Teller, frammenti di granate, proiettili d'artiglieria. E i resti di due soldati della Wehrmacht. Gli storici ungheresi ipotizzano che quel tratto di fiume sia stato usato come discarica di materiale bellico dopo l'assedio di Budapest, tra il 1944 e il 1945.
Vale la pena guardarla da vicino, questa moto, perché racconta la Germania di quegli anni meglio di qualsiasi documento. La NZ 350 civile era del 1938 e andava fortissimo; la versione militare NZ 350-1 nasce nel 1943 su richiesta della Wehrmacht ed entra in produzione a pieno regime l'anno dopo, in circa 12.000 esemplari. Monocilindrico due tempi raffreddato ad aria di 346 cm³, 11,5 CV, 90 km/h dichiarati, cambio a quattro rapporti con leva a pedale e comando a mano ridondante sul serbatoio, telaio in acciaio stampato e saldato. Il dettaglio che dice tutto è il basamento: realizzato interamente in ghisa perché leghe più leggere, ormai, servivano altrove e comunque non se ne trovavano più.
È il riscaldamento globale, baby
E qui finisce l'archeologia. Perché questa roba non è tornata a galla per caso. A Budapest il Danubio ha toccato 23 centimetri, dieci in meno del record del 2018. La centrale nucleare di Paks ha ridotto la produzione per mancanza d'acqua di raffreddamento, in Romania hanno usato l'esplosivo per deviare il corso del fiume e salvare Cernavodă. Non è sfortuna meteorologica: secondo Copernicus e l'Organizzazione meteorologica mondiale l'Europa è il continente che si riscalda più rapidamente del pianeta, a velocità doppia rispetto alla media globale, con circa 2,5 °C in più rispetto all'era preindustriale contro l'1,4 del resto del mondo. Il conto lo stiamo pagando prima e più caro degli altri, eppure, nonostante ci siano fatti e dati, nulla impedisce a una quantità imbarazzante di gente con molto potere e molti microfoni di continuare a raccontarci che è tutta una montatura.
Lo stesso fiume, settecento chilometri più a valle
Ora tenete a mente la geografia, perché è qui che la faccenda smette di essere suggestiva e fa semolicemente paura. Il Danubio percorre 2.860 chilometri e prima di gettarsi nel Mar Nero fa da confine tra Romania e Ucraina. Su quella riva ci sono Izmail e Reni, i porti fluviali diventati il cordone ombelicale ucraino da quando il corridoio del Mar Nero è saltato: da lì passano grano e mais in uscita, carburanti e materiale militare occidentale in entrata. Ed è esattamente per questo che Mosca li bombarda, sistematicamente, da tre anni. A luglio le infrastrutture portuali del distretto di Izmail sono state colpite di nuovo. La riva opposta è territorio dell'Unione Europea e della NATO. Bucarest ha contato ventotto incursioni di droni russi nel proprio spazio aereo da quando è cominciata la campagna sui porti danubiani, con detriti caduti più volte in territorio romeno. A fine maggio un Geran-2, la versione russa del drone Shahed iraniano, è rimasto quattro minuti nei cieli romeni prima di schiantarsi contro un condominio: prima volta che un attacco russo provoca feriti su suolo NATO. Le forze armate lo avevano individuato ma hanno giudicato troppo rischioso abbatterlo, perché i frammenti sarebbero comunque piovuti su qualcuno. Nel frattempo l'Europa si arma: 454 miliardi di euro per la difesa nel 2026 nei ventisette Paesi dell'Unione contro i 418 del 2025, l'obiettivo NATO del 5% del PIL entro il 2035, uno scudo antidroni comunitario da completare entro il 2027, e la Francia che programma un aumento del 400% delle scorte di droni esplosivi entro il 2030. Insomma, le guerre sono vicine, ma sopratuttto il rischio di un'escalation è perennemente dietro l'angolo. E la sensazione è che se fino ad oggi non è successo, non è tanto per il buon senso di chi ci governa, ma del puro caso.
Un soldato ucraino arma gli esplosivi fissati a un drone FPV - Foto di Laurel Chor
Un male che ritorna
Facciamo il ragionamento fino in fondo, perché è quello che nessuno ha voglia di fare. Il Danubio non ha restituito soltanto una moto: ha restituito il magazzino di una guerra. Ferro, mine, ossa. E lo ha fatto mentre, sulla stessa acqua, ne è in corso un'altra vera, con i porti che bruciano e i frammenti che cadono dalla parte sbagliata (se mai ce ne fosse una) del confine. I conflitti sono in corso e continueranno, nulla ad oggi lascia pensare il contrario, tra qualche decennio ci saranno altri fondali da svuotare. I mezzi nazisti che ha sputato fuori il Danubio sembrano virus riemersi dal passato, ma carichi di quella violenza che nessuno può volere davvero, ma che c'è già e si avvicina sempre più anche a noi. Il monito della DWV servirà a farci ragionare, tutti e meglio?