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Nord, Sud, Ovest, Est: da dove vengono gli 883? Storia di un gruppo che ha segnato un'epoca

Nel 1993 erano un fenomeno da teenager che la critica snobbava. Oggi Max Pezzali riempie (più volte) San Siro. Breve e per nulla completa storia di un fenomeno musicale e di costume, e come c'entra in tutto questo un’Harley-Davidson

Il mito è arrivato in ritardo

La seconda stagione della serie Sky sugli 883, "Nord Sud Ovest Est", diretta da Sidney Sibilia e in onda dal 9 ottobre con un episodio ogni venerdì fino al 20 novembre, racconta il 1993: l'anno in cui Max Pezzali e Mauro Repetto diventano i più grandi d'Italia. Il disco vende 1,4 milioni di copie, resta quattordici settimane consecutive in testa alla classifica, vince il Festivalbar, piazza "Sei un mito" e "Come mai" al primo posto dei singoli. Si tratta di una consacrazione, l'anno prima, del resto, "Hanno ucciso l'Uomo Ragno" aveva superato, in Italia, "Dangerous" di Michael Jackson, mica pizza e fichi. Eppure, nel 1993, gli 883 un mito non lo erano affatto. Erano un fenomeno: per i ragazzini una religione, per tutti gli altri un tormentone da sopportare, per la critica un prodotto da teenager da archiviare senza, per quanto possibile, aprirlo. E il nome era soltanto una stranezza, la cilindrata di una moto americana che nessuno dei due possedeva. Un modo come un altro per chiedere qualcosa alla sorte.
La legittimazione, se così si può definire, arrivò una prima volta nel 1999, e da un posto inatteso, un libro, "Canzoni. Storia dell'Italia leggera" in cui l'autore, Edmondo Berselli  li trattò come un fatto sociale e non solo come un incidente di mercato. Il mito, quello vero, è venuto dopo ancora: I ragazzini del 1993, la generazione a cavallo, per intenderci, tra la X e i primi millennials, sono diventati adulti in un presente che corre più di loro. E la nostalgia, in questi casi, non è un vizio ma una funzione: serve a tenere insieme chi si era con chi si è diventati. Le canzoni degli 883 e quelle successive di Max Pezzali non sono tornate di moda, sono tornate utili. Il tour negli stadi dell'estate 2026, per citare l’esempio più recente, 680 mila spettatori in quindici date e la bellezza di due San Siro esauriti, non è un revival: è una generazione che va a controllare di essere ancora la stessa.

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Elia Nuzzolo (Max Pezzali) e Oscar Giuggioli (Mauro Repetto)

Dove nasce il successo

La risposta sta nella lingua. Prima degli 883 la provincia italiana, in musica, esisteva solo tradotta. O era raccontata dall'alto, con le parole del cantautore, come la Modena di Guccini in "Piccola città", che ci mette Pavese e la nebbia; oppure era maledetta, un posto da cui anestetizzarsi come in “Fegato fegato spappolato”, per dirla con il Vasco di fine anni Settanta. Pezzali e Repetto la raccontarono da dentro, senza letteratura e senza condanna, con le parole con cui si parlava al bar sotto casa. Non era un'operazione commerciale, era un'urgenza: la voglia di raccontare la vita di due ragazzi nella loro normalità, fregandosene dei modelli imposti e il più delle volte irrangiungibili. Lontani anni luce dai paroloni dei cantautori, ma anche, con il senno di poi, dalle catene d'oro e dai Rolex dei rapper che sarebbero venuti dopo. La descrizione perfetta l'aveva data Lucio Dalla quindici anni prima, in quel capolavoro onanista che è "Disperato erotico stomp": l'impresa eccezionale è essere normali. E gli 883, checché se ne dica, la normalità l'hanno raccontata alla perfezione.

La bellezza della noia

C'è poi la noia, che è la vera materia prima di quelle canzoni, e che non assomiglia a nessun'altra noia cantata o scritta prima. Non è quella  sublime di Leopardi, non è quella borghese di Moravia, non è nemmeno la noia rabbiosa del rockettaro che vuole bruciare il paese e andarsene. La noia degli 883 è una noia abitata: si sta al bar, si gira in motorino senza meta, si aspetta il sabato sera con dieci mila lire in tasca, si fantastica di fuggire con la consapevolezza di essere troppo piccoli per andarsene. Non produce ribellione né disperazione, produce al massimo un piano per la serata, come in "Rotta x casa di Dio", dove il viaggio verso la festa conta più della festa, o in "Tieni il tempo", dove in città non succede nulla e proprio per questo si balla. È la noia come luogo, non come condanna: un tempo vuoto che diventa il posto dove si impara a stare al mondo. Ed è per questo che quelle canzoni non invecchiano: chiunque abbia passato un pomeriggio senza niente da fare sa di cosa parlano. Ed è, detto di passaggio, il problema esattamente opposto delle generazioni di oggi, che la noia l'hanno abolita a colpi di scroll.
Tornando agli 883, i loro album crescono esattamente con loro: se “Hanno ucciso l’uomo ragno è una canzone sull’adolescenza minacciata (e uccisa) dal mondo degli adulti, "Nord Sud Ovest Est" cerca di rispondere a un’altra domanda, quella di chi sa che deve crescere, ma che non ha una destinazione precisa.

Dopo gli 883

Poi arriva "Gli anni", e con lei il cambio di passo. Ed è anche il punto in cui le strade dei due si separano. Repetto voleva andare avanti, e nel 1994 se ne va negli Stati Uniti. Da qui in poi la storia degli 883 è la storia di due modi opposti di stare nel tempo. Mauro è quello che parte, il nord sud ovest est preso alla lettera. Max è quello che resta: a Pavia, al bar, a chiacchierare del nulla con Cisco, dentro le proprie canzoni e crescerci assieme e dopo qualche anno anche a metterci il suo di nome. La serie di Sibilia ha il merito di non dire chi dei due avesse ragione, anche perché a conti fatti ce l’avevano entrambi.

E l’Harley?

Resta da dire perché due ragazzi cresciuti a rap e fumetti si chiamassero come una moto americana. Nel 1990 Pezzali partiva la sera da Pavia per andare a Milano, in via Niccolini, a guardare le Sportster 883 nelle vetrine della mitica concessionaria Numero Uno di Carlo Talamo: era l'Harley-Davidson più economica, l'unica a portata di sogno. Ed è un dettaglio che dice tutto. Non si chiamarono Electra Glide, o Fat Boy, o come una qualunque delle Harley grosse e luccicanti che avrebbero potuto desiderare da lontano: scelsero il modello d'ingresso, quello che con qualche anno di lavoro, magari, si sarebbe potuto davvero portare a casa. È il sogno nella sua versione di provincia, dove anche l'ambizione per deformazione “vola basso”. La scelta fu anche un atto scaramantico, chiamarsi come la cosa che non ci si può ancora permettere perché prima o poi arrivi. È arrivato tutto, tranne quella: una 883 Pezzali non l'ha mai comprata, per paura di interrompere il ciclo fortunato. L'abbiamo visto in sella a tante moto, Sportster 1200 Custom nel 1995, Heritage, Electra Glide, una XR 1200 (la meno Harley tra le Harley, pensa un po’), oggi una Pan America, e dal 2000 persino proprietario di una concessionaria H-D, ovviamente a Pavia. Ma mai una 883.

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E forse quel che cerco…

Nel frattempo la moto -perché diamine, siamo sempre su inSella- in gamma dal 1957 e con lo stesso motore Evolution dal 1986, un oggetto che per decenni si è rifiutato di crescere, è stata uccisa dal mondo degli adulti nella sua forma più pura: le normative. Fuori dall'Europa per via dell'Euro 5 nel 2021, fuori produzione nel 2022. Il nome le è sopravvissuto, e per un po' è sembrato che fosse l'unica cosa a farlo. Poi, nel maggio scorso, Harley-Davidson ha cambiato idea: la Sportster 883 tornerà nel 2027, con il bicilindrico a raffreddato ad aria rimesso in regola con le normative e un prezzo che negli Stati Uniti dovrebbe girare intorno ai 10.000 dollari. La moto che Pezzali non ha mai comprato, incurante del tempo che passa, tornerà in vetrina proprio mentre lui riempirà i palasport con un tour che si intitola "Stessa storia stesso posto stesso bar". 
Che poi, a pensarci bene, è la definizione più precisa e calzante della filosofia “monolitica” alla base della Sportster.

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