Guy Martin e le pasticche, efedrina, aspirina e caffeina: "Tutto pur di correre il TT"
Il meccanico-pilota inglese ha raccontato come finanziava la sua carriera alle corse su strada: tre turni di notte al porto, e qualche aiutino chimico per reggere il ritmo
Eccitanti pur di correre
Chi conosce Guy Martin sa che dietro al personaggio — quello che ripara camion, ricostruisce biplani della Prima Guerra Mondiale e parla a raffica con quell'accento del Lincolnshire che nemmeno gli inglesi capiscono al primo colpo — c'è un uomo che ha costruito tutto a costo di sacrifici non proprio ordinari. In una recente intervista, Martin ha raccontato un dettaglio della sua giovinezza agonistica che in pochi conoscevano: per pagarsi le corse al Tourist Trophy, dopo il turno da meccanico di camion, andava a lavorare tre notti a settimana in porto. E per reggere quei ritmi massacranti, assumeva tra le varie cose un mix di eccitanti per restare sveglio: "Più gareggiavo, più diventava costoso, quindi più dovevo lavorare", ha raccontato Martin "Così lavoravo tre sere a settimana al porto dopo il mio lavoro diurno. E prendevo efedrina, caffeina e aspirina solo per riuscire a guadagnare abbastanza soldi da poter correre in moto. Ecco com'era."".
"Non è tanto la velocità, quanto più il piacere di smontare un motore". Sarà...
Il carburante sbagliato per il pilota giusto
L'efedrina è un eccitante del sistema nervoso centrale, legale solo in dosi prescritte per usi medici specifici. Non si tratta di doping in pista, sia chiaro: Martin non l'assumeva per correre più forte, ma per riuscire a stare sveglio abbastanza a lungo da guadagnare i soldi per iscriversi alle gare. Un paradosso tutto suo: più correva, più spendeva; più spendeva, più lavorava; più lavorava, più aveva bisogno di qualcosa che lo tenesse in piedi. Un circolo vizioso spiegabile solo con l'enorme passione che muove questo ragazzo dalle basette decisamente importanti.
Inevitabilmente, in tutto questo, ci sono le radici familiari. Martin ha spiegato che i suoi genitori non si sono mai fermati: il padre sempre al lavoro, la madre che studiava da infermiera e nel frattempo tirava su i figli nei campi. "Se vuoi qualcosa, te lo guadagni" — una filosofia che Guy ha applicato con una coerenza quasi brutale.
La cosa interessante, e forse controintuitiva, è che Martin ha ammesso che il brivido delle corse non era il vero motore della sua passione. Quello che lo faceva scattare dal letto — anche dopo una notte in porto — era il piacere di smontare, capire e rimettere insieme le macchine. Dalla sua prima Kawasaki AR50 modificata in camera da letto fino ai progetti televisivi più strampalati, è sempre stata la meccanica ad accenderlo, non la velocità. Le gare erano il contesto, non il fine.
Una storia che, al di là del personaggio, ricorda quanto il motorsport su strada — e il TT in particolare — sia un mondo dove spesso chi gareggia lo fa a proprie spese, con un secondo lavoro (o un terzo) e una dedizione e un sacrificio che i paddock del circus internazionale faticano persino a immaginare.
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