Europa, indietro tutta sul Green Deal: addio stop ai motori a benzina e rinvii per le norme ambientali
Prima i divieti, poi le deroghe, infine i rinvii. Dopo anni di scadenze tassative, Bruxelles sembra essersi accorta che lo stop ai motori termici nel 2035 rischiava di dare il colpo di grazia a un'industria europea
Motori termici, il 2035 non è più intoccabile
Era uno dei pilastri della transizione ecologica europea: dal 2035 stop alla vendita di nuove auto a benzina e diesel, affermavano con convinzione da Bruxelles, obiettivo ridurre del 100% le emissioni di CO2 allo scarico dei nuovi veicoli. Una decisione approvata nel 2023, che avrebbe imposto ai costruttori una trasformazione radicale della produzione. A distanza di tre anni, però, alla UE sembrano aver già cambiato idea.
Nel dicembre 2025, a dirla tutta, la Commissione europea aveva proposto di ridurre l'obiettivo dal 100% al 90%, consentendo di compensare le emissioni residue attraverso l'impiego di carburanti alternativi e acciaio a basse emissioni, ma col nuovo compromesso raggiunto il 20 ottobre 2026 tra Popolari, Socialisti e Liberali al Parlamento europeo si va ancora oltre. Secondo l'intesa, dal 2035 i costruttori dovrebbero garantire una riduzione effettiva delle emissioni allo scarico dell'87,5% rispetto al 2021, potendo compensare un ulteriore 7,5% attraverso l'utilizzo di acciaio prodotto con tecnologie a basse emissioni. Resterebbe inoltre un margine del 5% senza ulteriori obblighi di compensazione. In altre parole, le nuove auto con motore a combustione potrebbero continuare a essere immatricolate anche dopo il 2035, purché i costruttori rispettino i limiti complessivi previsti dalla normativa. Ma non finisce qui. L'accordo propone anche di introdurre, a partire dal 2030, una nuova categoria di veicoli alimentati esclusivamente con carburanti rinnovabili, i cosiddetti VEEF, che potrebbero essere equiparati ai veicoli a zero emissioni.
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Il 22 ottobre le commissioni Industria e Trasporti del Parlamento europeo hanno espresso parere favorevole al compromesso, anche se la modifica non è ancora definitiva: serviranno il completamento dell'iter parlamentare e l'accordo con il Consiglio UE. Vale inoltre la pena ricordare che lo stop del 2035 riguarda auto e furgoni nuovi, non le moto, escluse da questo specifico regolamento.
Carburanti e benzina: anche l'ETS2 finisce sotto esame
I ripensamenti europei non riguardano soltanto la produzione di veicoli. Un altro fronte particolarmente delicato è quello dell'ETS2, il nuovo sistema europeo di scambio delle quote di emissione destinato a coinvolgere anche i combustibili utilizzati nei trasporti stradali e nel riscaldamento degli edifici. In sostanza, il meccanismo impone ai fornitori di carburante di acquistare quote corrispondenti alle emissioni di CO2 dei prodotti commercializzati. Un costo aggiuntivo che potrebbe essere trasferito, almeno in parte, sui prezzi praticati ai consumatori. L'avvio del sistema, inizialmente previsto per il 2027, è già stato rinviato al 2028, ma a diversi governi europei, tra cui quello italiano e quello polacco, neppure questo slittamento sembra sufficiente: la richiesta è di posticipare ulteriormente l'entrata in funzione al 2030. Durante il vertice europeo del 15 e 16 ottobre, i Paesi membri non hanno raggiunto un accordo su un nuovo rinvio, ma hanno chiesto alla Commissione di aggiornare la valutazione degli impatti dell'ETS2, con particolare attenzione ai meccanismi destinati a contenere i rincari. Per il momento, dunque, la scadenza resta fissata al 2028, ma anche su questo fronte la discussione è tutt'altro che chiusa.
Non solo motori: il Green Deal viene ridimensionato
In ogni caso, il cambio di rotta è ben più ampio e coinvolge numerose altre disposizioni ambientali introdotte negli ultimi anni. Sembrerebbe insomma che l'attenzione di Bruxelles si stia progressivamente spostando dalla riduzione delle emissioni alla competitività delle imprese europee. Uno dei casi più recenti riguarda le emissioni di metano legate alle importazioni di gas, petrolio e carbone. Il 22 ottobre il Parlamento europeo ha votato a favore di un rinvio di tre anni di diversi obblighi di monitoraggio e rendicontazione, che originariamente avrebbero dovuto entrare in applicazione tra il 2027 e il 2029. Le nuove scadenze proposte arrivano, a seconda degli adempimenti, fino al 2030 e al 2031. Una decisione legata anche alle “tensioni” sui mercati energetici e alle pressioni dei grandi Paesi esportatori, Stati Uniti compresi. Anche in questo caso, tuttavia, il rinvio dovrà essere negoziato con il Consiglio prima di diventare definitivo.
C'è poi il capitolo della burocrazia ambientale. La Commissione europea ha presentato dodici pacchetti di semplificazione, i cosiddetti Omnibus, per alleggerire gli obblighi a carico delle imprese. Alcune modifiche sono già state approvate, come per esempio la rendicontazione obbligatoria di sostenibilità, che è stata circoscritta alle aziende con oltre 1.000 dipendenti e più di 450 milioni di euro di ricavi netti annui. Ridotti anche gli obblighi di controllo degli impatti ambientali e sociali delle attività aziendali lungo le filiere produttive.
Infine, la normativa europea contro la deforestazione. Il regolamento, pensato per impedire la commercializzazione di prodotti legati alla distruzione delle foreste, è stato rinviato e semplificato. Le disposizioni principali si applicheranno dal 30 dicembre 2026 alle imprese di maggiori dimensioni e, generalmente, dal 30 giugno 2027 alle micro e piccole imprese.
Dal Green Deal al Clean Industrial Deal
Il cambiamento ha anche un nuovo nome. Al Green Deal, simbolo della precedente stagione politica europea, si è affiancato il Clean Industrial Deal, il piano presentato dalla Commissione nel febbraio 2025 per conciliare decarbonizzazione e competitività industriale. Gli obiettivi climatici di lungo periodo, compresa la neutralità delle emissioni entro il 2050, non sono stati abbandonati, ma ad essere rimessi in discussione sono piuttosto i tempi, gli obblighi e gli strumenti scelti per raggiungerli.
Certo è che, dopo anni di annunci, scadenze tassative e investimenti programmati o imposti sulla base di quelle stesse scadenze, l'Europa sta progressivamente rivedendo molte delle regole che aveva presentato come irrinunciabili. Che si tratti di un necessario ritorno al pragmatismo o di una retromarcia dettata dalle difficoltà economiche, il risultato è un quadro normativo sempre meno prevedibile. E per aziende e consumatori, chiamati a programmare investimenti e acquisti con anni di anticipo, questa continua incertezza rischia di diventare un problema altrettanto serio delle regole che Bruxelles sta cercando di modificare.
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