MotoGP - Roberts: "Marquez sulla Ducati non si è mai sentito davvero a suo agio"
Il tre volte campione della 500 dice che il 93 non ha mai trovato la moto giusta. Sei giorni dopo, doppietta ad Aragon: chi ha ragione?
Il verdetto del marziano
Quando parla Kenny Roberts conviene stare zitti e ascoltare: tre titoli consecutivi nella classe 500 tra il 1978 e il 1980, e una carriera che ha ridisegnato il modo stesso di guidare una moto da corsa. Ospite del podcast Pipe Dreams, l'americano si è tolto qualche sassolino e ha lasciato cadere un'osservazione che in Italia farà discutere parecchio.
Marc Marquez è il suo pilota preferito del lotto attuale, quello che segue più da vicino, e gli piace proprio perché è aggressivo: gli errori, dice Roberts, sono il prezzo di quella natura lì. Il problema è un altro. Secondo il californiano il 93 non si è mai sentito davvero a suo agio sulla Ducati, non come sulle sue prime Honda. Ha uno stile che non somiglia a quello di nessun altro e avrebbe bisogno di una moto progettata attorno a quello stile, cosa che a suo giudizio oggi non ha. E alla domanda se una squadra debba costruire la moto per tutti i piloti o per il suo fuoriclasse, Roberts non ha esitazioni: per lui.
Poi però c'è Aragon
Il tempismo, va detto, non è stato dei migliori. Sei giorni dopo la pubblicazione dell'intervista, Marquez ha vinto la Sprint e la gara lunga al MotorLand, ottava affermazione in carriera su quella pista, e ha riaperto un mondiale che sembrava scappato via. Trentasette punti in un weekend, secondo posto in classifica a 19 lunghezze da Jorge Martin, con Marco Bezzecchi scivolato terzo a 24. Difficile parlare di feeling mancato guardando quei numeri. Ma il punto di Roberts non è il cronometro: è il fatto che un pilota costretto ad adattarsi alla moto lavori sempre in salita rispetto a un pilota che si ritrova la moto cucita addosso. È una lettura che riguarda il metodo, non il risultato, e che vale la pena tenere da parte ora che dal 2027 tutti dovranno ricominciare da capo con le 850 cm³, senza abbassatori e con molte meno appendici aerodinamiche.
Quando la Yamaha comprava i cilindri da lui
L'altra metà dell'intervista è forse più gustosa, perché racconta un Roberts tecnico prima ancora che pilota. Quando arrivò in 500 passava all'interno e all'esterno di chiunque, in un paddock abituato a mettersi in fila e ad aspettare l'errore di chi stava davanti: lo chiamavano il marziano, e per un po' se lo sentì gridare persino in aeroporto. Quella sensibilità la portò poi nel suo team: i pezzi non li disegnava lui, li faceva disegnare ai tecnici, ma li passava al setaccio e diceva cosa non gli piaceva. Un'abitudine nata dalle ore infinite passate in sella alle minimoto, quando costruiva mezzi che nessun altro riusciva a guidare e voleva capirne il motivo. Con risultati non banali, visto che a un certo punto la Yamaha si mise a comprare da lui cilindri prodotti in Inghilterra per montarli sulle proprie moto in Giappone.