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L'anno maledetto di Gibernau, il mondiale era lì ma lasciò tutto a Stoner

Lo spagnolo racconta l'avventura a Borgo Panigale: la prima gara con ritiro, il trauma psicologico e l'addio dopo nemmeno un anno e il titolo mondiale a portata di mano

Un nuovo inizio a Borgo Panigale

Dopo le delusioni accumulate in Honda e il trauma di Jerez 2005, dove perse la gara per una "spallata" di Valentino Rossi, Sete Gibernau a fine anno firmò per Ducati con l'obiettivo dichiarato di riscattarsi. Le sue parole raccontano di un pilota determinato a voltare pagina. Nell'intervista racconta: "Ho radunato tutta la squadra e ho detto: 'Sono venuto qui per vincere la prima gara e il campionato'". L'obiettivo, dunque, era fin dall'inizio, vincere già dalla prima gara e poi puntare al mondiale. La pre-stagione andò alla grande, Gibernau lavorò duramente per adattarsi alla Desmosedici e i risultati nei test sembravano dargli ragione. Arrivò a Jerez 2006, primo round stagionale, in pole position. Tutto sembrava perfetto, racconta lo spagnolo. Poi il disastro: un meccanico si era dimenticato di stringere un bullone del cambio, costringendolo al ritiro. Per Gibernau non fu solo un incidente, ma il momento esatto in cui smise mentalmente di correre. Da quel giorno, ammette, qualcosa dentro di lui si spense definitivamente.


Gibernau con Capirossi nella tradizionale presentazione Ducati di inzio stagione a Madonna di Campiglio

La maledizione di Barcellona

Ma Jerez fu solo l'antipasto di una stagione maledetta per la Ducati. Al GP di Catalunya, settima prova del mondiale, un incidente alla partenza coinvolse entrambe le Desmosedici ufficiali. Gibernau e il compagno Loris Capirossi, insieme a Melandri e Pedrosa, furono protagonisti di una carambola che costrinse la direzione gara a sospendere e far ripartire il GP. Per Capirossi fu un colpo durissimo: fino a quel momento era in piena lotta per il titolo con un primo posto, due secondi, un terzo e altri piazzamenti a punti nelle prime sei gare. L'infortunio rimediato a Barcellona (tra le varie cose, anche un penumotorace) comprometterà la sua rincorsa al mondiale, chiuso poi al terzo posto a soli 23 punti da Nicky Hayden campione e 18 da Rossi secondo. Capirossi avrebbe poi chiuso la carriera senza un titolo nella classe regina, dovendo accontentarsi dei due mondiali in 125 e uno in 250. Quel GP di Catalogna resta uno dei più grandi "what if" della storia recente del motociclismo.

Gli highlights della gara di Barcellona

Una moto da mondiale, un pilota già altrove

Gibernau intanto continuò a lavorare durante la stagione, ma la testa era già altrove. Il peso di quanto successo con Rossi a Jerez, la sensazione di combattere contro un sistema che non proteggeva i piloti, l'ingiustizia percepita di manovre mai sanzionate: tutto, a quanto pare, si sommò fino a diventare insopportabile. Eppure lo spagnolo non mollò subito e contribuì attivamente allo sviluppo della Ducati 2007, una moto costruita anche sulle sue indicazioni e sul suo stile di guida. Moto che a Motegi, nei test di fine stagione, fu devastante: un secondo e mezzo più veloce di tutti. "A Motegi, ero più veloce di circa un secondo e mezzo rispetto a tutti gli altri", tanto che, racconta Sete, Livio Suppo che aveva intuito ci fosse qualcosa che non andava, lo implorò: "Non ti ritirerai, vero? Abbiamo creato la moto che volevi"

Quella era la moto che aveva chiesto, velocissima, perfetta per il suo modo di guidare. Ma Gibernau aveva già deciso: "Avevo un contratto di un altro anno con la Ducati nel 2006, ma mi dissi che non avrei mai corso solo per soldi. Lo avrei fatto solo per felicità e in quel momento non ero felice". Lasciò la MotoGP con un anno di contratto ancora da onorare.

Lo spettro del mondiale perduto

Quello che accadde dopo è storia nota: Casey Stoner prese il suo posto e con quella Desmosedici vinse il mondiale 2007, regalando a Ducati il primo titolo nella classe regina. Per lo spagnolo guardare quelle gare fu difficilissimo. Il dubbio su cosa sarebbe potuto succedere se fosse rimasto non lo ha mai abbandonato, anche se oggi dice di non avere rimpianti. Col senno di poi, ammette, avrebbe fatto le cose diversamente. Ma all'epoca era perso, completamente svuotato. Serviva staccare, tornare a casa, ricostruirsi. Quella che racconta è la storia di un pilota che (parole sue) non fu sconfitto soltanto dalla velocità degli avversari, ma anche (o forse soprattutto) da un sistema che sentiva ingiusto.

Casey Stoner nel 2007 prese la Desmosedici e la portò in cima al mondo

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