Vespa 90 Super Sprint: storia di un flop diventato mito
Presentata nel 1965, la 90 Super Sprint è una Vespa “differente”. Piccola e scattante, invoglia a “sdraiarsi” e a correre. Incuriosiva, interessava ma, al momento dell’acquisto, si preferivano alternative più pratiche e versatili. Allora fu un flop, oggi invece è uno dei modelli più rari e ambiti, ma anche uno tra i più falsificati
Sportività in formato ridotto
Presentata a metà degli anni Sessanta, la vespa 90 Super Sprint (o SS per gli amici) nasce con l’obiettivo di portare la sportività in formato compatto sfruttando componenti già presenti in gamma ma riorganizzati secondo una logica del tutto inedita. Sembra un’ottima idea, ma il risultato non paga: l’SS non assomiglia a nessun’altra Vespa precedente (e a ben guardare nemmeno successiva) e, proprio per questo, faticherà a trovare il suo pubblico. Un flop che, oggi, gli appassionati sarebbero disposti a pagare una fortuna. Ma andiamo con ordine e partiamo dall’inizio…
Qualcosa di nuovo?
Siamo nel 1965. Piaggio è impegnata nel rinnovamento della gamma: arrivano i modelli con ruote da 10 pollici, debutta la Nuova 125 e la 180 Super Sport raccoglie l’eredità delle GS. In questo contesto prende forma l’idea di una Vespa compatta, leggera e dichiaratamente sportiva, pensata per distinguersi nettamente sia dalle “utilitarie” che dalle più massicce (seppur veloci) granturismo. Non per nulla, dal punto di vista tecnico, la 90 SS è una sorta di collage ragionato. Il motore utilizza la base meccanica della 125: carter, cambio a quattro marce, cuscinetti e organi interni sono gli stessi, così come l’ammissione a valvola rotante e il carburatore Dell’Orto SHB da 16 mm, seppur con tarature specifiche e filtro aria maggiorato. Il gruppo termico, invece, deriva dalla più tranquilla 90 a tre marce, di cui mantiene alesaggio e corsa per una cilindrata di 88,5 cm3, ma con testa, luci e travasi rivisti e un rapporto di compressione portato a 8,7:1.
Il risultato è un motore decisamente più brillante rispetto a quello delle Vespa “di serie”: 6 CV a 6.000 giri, contro i 3,6 CV della 90 e i 4,8 CV della 125. Numeri che, rapportati al peso a vuoto di 77 kg (odiatissima ruota di scorta compresa) restituiscono un mezzo scattante e veloce, capace di superare i 90 km/h di velocità massima.
Bella, ma…
Se la tecnica sorprende, l’estetica lascia perplessi. La 90 Super Sprint debutta al Salone di Milano del 1965 attirando l’attenzione per una carrozzeria ridotta all’essenziale, il manubrio strettissimo e soprattutto per la soluzione più discussa: la ruota di scorta posizionata verticalmente sulla pedana, tra le gambe del pilota, sormontata da un vano portaoggetti. Una scelta che richiama, solo lontanamente, un accessorio già visto dieci anni prima sulla GS 150, ma che qui diventa elemento strutturale del progetto. Non solo: nell’idea dei progettisti Piaggio, sulla SS il coperchio del portaoggetti funge anche da appoggio per il busto del pilota, quasi a “consigliare” una posizione di guida raccolta e caricata in avanti, certamente coerente con l’indole sportiva del modello ma, come vedremo, poco apprezzata dal pubblico.
A completare l’insieme contribuisce la marmitta lunga e cromata, specifica per la 90 SS, bellissima e capace da sola di rafforzare l’immagine aggressiva e fuori dagli schemi del nuovo modello.
Una vespa che non è una vera Vespa
Dal punto di vista dinamico, la 90 SS mantiene le promesse: è brillante, affidabile e tutt’altro che fragile, nonostante le soluzioni tecniche spinte. A dimostrarlo c’è anche l’impresa compiuta nel maggio del 1966, quando due ragazze inglesi percorrono in sella a una 90 SS i 1.200 km tra Londra e Milano in poco più di 20 ore, senza inconvenienti meccanici. Eppure il mercato risponde tiepidamente. I motivi sono diversi e, col senno di poi, facilmente comprensibili. Per gli appassionati più tradizionalisti, la Super Sprint è troppo distante dall’idea classica di Vespa: è scomoda in due, offre poco spazio sulla pedana, si presta male al montaggio di accessori come il portapacchi e obbliga a una posizione di guida sacrificata. Anche la ruota di scorta, elemento iconico del modello, finisce per essere percepita più come un limite che come un valore. Sul piano della guida poi il manubrio molto stretto penalizza il controllo sui fondi sconnessi, dove la Vespa tende a diventare nervosa. E mentre i più giovani la guardano con interesse, pochi riescono a convincere i genitori all’acquisto, anche perché in gamma ci sono alternative più versatili e “presentabili”, come la 125. Nemmeno i concessionari credono fino in fondo nel modello e (lo dimostra il caso di una 90 SS acquistata nuova nel 1972, quando la produzione era già terminata), non è raro che esemplari rimangano invenduti per anni.
Una seconda vita lunghissima
Prodotta fino al 1971 in soli 5.308 esemplari, la 90 Super Sprint è, a tutti gli effetti, un flop commerciale. Esiste anche una versione omologata a 50 cm3, identica nell’estetica, venduta esclusivamente all’estero perché la potenza eccedeva i limiti previsti per i ciclomotori dal Codice italiano. Negli anni, molti esemplari vengono modificati o smembrati per uso sportivo, soprattutto nelle gare di regolarità, spesso eliminando proprio quegli elementi che rendevano unica la Super Sprint. Oggi, come sempre avviene, è proprio quella scarsa diffusione a decretarne il successo postumo. La 90 SS è diventata uno dei modelli più ricercati dai collezionisti, con quotazioni elevate e una domanda che supera di gran lunga l’offerta. Ma attenzione: la SS è anche una delle Vespa più falsificate: non sono rari i casi di 90 N o Primavera trasformate ad arte, con scudo modificato, ruota centrale e dettagli ricostruiti per creare repliche spacciate poi come originali. Cosa quest’ultima da tenere in forte considerazione da chi in cerca di una SS da aggiungere alla propria collezione…
Avendola citata poco sopra: Quando la Vespa era più veloce delle moto: storia della mitica GS
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