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Quando Gino Bartali smise di pedalare e cavalcò le moto

La leggenda sportiva di Gino Bartali è legata alla bicicletta, ma ebbe anche una carriera da costruttore di moto durante i pionieristici anni '50

Il Gino Bartali imprenditore

Campione indiscusso di ciclismo, Gino Bartali maturò una certa esperienza anche nel mondo della motocicletta. Non fu mai pilota, questo è chiaro, ma “quasi” imprenditore: terminata la carriera e sfruttando una fama ormai mondiale, nonché una rete di collaborazioni già attiva con officine di ciclismo, Bartali si lanciò in un progetto industriale vero e proprio, andando ben oltre la semplice concessione di un nome o di una firma. Una storia che forse non tutti conoscono…

Quando la bici “cedette” alla moto

Dopo il ritiro dall’attività agonistica, nel 1953, Bartali si trovò a gestire una popolarità enorme in un’Italia in rapido cambiamento. La bicicletta rimaneva centrale, ma la motorizzazione individuale stava ridisegnando il Paese. C’era, potremmo dire, aria e voglia di cambiamento. Ed è esattamente in questo contesto che nacque, a Firenze, in via Giampaolo Orsini, l’azienda legata al suo nome. Una realtà che, di fatto, affiancava alla produzione di biciclette . Sviluppata anche in collaborazione con Roberto Stavini - un progetto motociclistico strutturato ed affidato alla Mototecnica dell’Italia Centrale. D’altra parte, l’ambiente imprenditoriale che il campione aveva costruito nel dopoguerra intorno alla produzione di biciclette e a una rete di officine già attive nell’area fiorentina sembrò fin da subito il terreno ideale per “seminare” qualcosa di nuovo. 

Il ruolo di Bartali: garante, promotore e supervisore

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Il progetto delle moto prese forma all’interno di questo contesto produttivo già consolidato, affidando la realizzazione vera e propria alla Mototecnica dell’Italia Centrale, incaricata di costruire telai, assemblare le moto e gestire l’intera produzione. Bartali ne fu il promotore, il garante e, naturalmente, il volto pubblico del progetto, ma svolse anche un ruolo attivo nella supervisione delle scelte qualitative.

Progetto e scelte tecniche

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Per la motorizzazione Bartali si affidò alla FBM - Fabbrica Bolognese Motocicli - realtà fondata da Franco Morini e Vittorio Minarelli. I motori due tempi FBM rappresentavano una scelta razionale: erano semplici, robusti, di facile manutenzione e adatti a una produzione su scala limitata ma curata. La gamma spaziava dalle cilindrate più diffuse dell’epoca, 125 e 175 cm³, fino al modello più rappresentativo, il 160 cm³ noto come “Marziano”, spesso identificato anche come Super Sport e contraddistinto da un’impostazione più ricercata, con prestazioni che, per una piccola cilindrata dei primi anni Cinquanta, risultavano di tutto rispetto. La ciclistica fu uno degli ambiti su cui il progetto Bartali cercò di distinguersi. Il telaio era ben dimensionato mentre la forcella telescopica anteriore ed il forcellone oscillante posteriore (montato sulle versioni più evolute) erano soluzioni ancora tutt’altro che scontate per un costruttore di dimensioni contenute. Scelte che riflettevano una filosofia precisa: privilegiare stabilità, maneggevolezza e comfort, piuttosto che inseguire prestazioni di punta difficilmente sfruttabili nella realtà quotidiana.

Una filosofia “da ciclista”

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È qui che la figura di Bartali emerge con maggiore “peso”. La sua attenzione quasi maniacale per la meccanica e per tutto ciò che riguardava il comportamento del mezzo sulla strada  erano a tutti ben note.  Nel ciclismo, la qualità del telaio e l’assorbimento delle asperità erano fattori decisivi; trasferire questi principi nel mondo motociclistico fu, per Bartali, un passaggio naturale. Le moto che portavano il suo nome erano pensate per durare, per affrontare lunghi percorsi senza affaticare il pilota, per offrire una risposta sincera anche su fondi difficili. Una scelta coerente con l’utenza a cui erano destinate: lavoratori, giovani, appassionati che cercavano un mezzo onesto, facile da mantenere e capace di accompagnarli ogni giorno.

Stile e identità

Anche sul piano estetico, le moto Bartali mostravano una certa cura. I serbatoi bicolore, spesso impreziositi dalla firma del campione, le selle sportive e l’uso di dettagli cromati davano ai modelli un’immagine riconoscibile e mai “dimesso”, nel senso che non erano mezzi di lusso, ma neppure moto costruite al risparmio. Oltretutto, va anche detto che la produzione rimase volutamente artigianale, legata al territorio fiorentino e a una rete di fornitori e tecnici di fiducia. Una scelta che, seppur limitava le possibilità di crescita in un mercato sempre più competitivo, garantì un pregevole controllo qualitativo, riguardo cui Bartali, che ci metteva la faccia, andava particolarmente fiero.

L’apertura verso l’estero, il declino e l’eredità

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Uno degli aspetti più interessanti dell’esperienza motociclistica di Bartali riguarda l’export, in particolare verso gli Stati Uniti. Grazie alla distribuzione della Californian Importing Company, le moto Bartali trovarono spazio anche nel mercato nordamericano, soprattutto negli ambienti legati al fuoristrada e alle competizioni di regolarità. Negli anni Cinquanta, le 125 e 175 italiane si rivelarono competitive per leggerezza e maneggevolezza rispetto alle più pesanti moto americane e britanniche. In California, le Bartali ottennero risultati significativi in gare di enduro e manifestazioni locali. 
L’inizio degli anni Sessanta segnò il progressivo ridimensionamento del mercato motociclistico italiano. È una storia che conosciamo bene: l’arrivo della Fiat 600 prima e della 500 poi spostò le preferenze verso l’automobile, mettendo in crisi molte piccole e medie realtà del settore, compresa quella di Bartali, che chiuse nel 1961.

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