Arriva il Guzzino e l'Italia riparte!
Dalla miseria del dopoguerra alla voglia di muoversi in libertà e regalarsi qualcosa di bello: arrivato nel 1946, il Guzzino da 65 cc non costa troppo, è affidabile, leggero e, anche questo importa, sembra una vera Moto Guzzi…
Moto Guzzi Guzzino 65
Nel 1946 l’Italia è un Paese in ginocchio. Le città portano ancora i segni dei bombardamenti, le strade sono dissestate, i ponti spesso impraticabili. Spostarsi è difficile, lavorare lo è ancora di più. Eppure, proprio in quell’anno (che poi è lo stesso in cui nasce la Vespa), mentre la miseria convive con i primi segnali di ripresa, Moto Guzzi mette in vendita la Motoleggera 65 (la cilindrat ainfatti era di soli 65 cm3) estinata a entrare nella vita quotidiana di migliaia di italiani. La chiameranno presto tutti allo stesso modo: Guzzino.
Un Paese in ricostruzione e la voglia di rinascita
Nel dopoguerra non si parla ancora di benessere, ma di necessità. Al mattino presto, nelle grandi città, operai e impiegati si arrampicano sui tram sovraffollati pur di arrivare al lavoro. Il razionamento alimentare è ancora realtà, l’incertezza pure. Ma la guerra è finita e, lentamente, l’orizzonte si allarga e la voglia di “stare meglio” sempre più insistente. In questo contesto, il Guzzino diventa - almeno per chi lo può permettere - un prezioso alleato: accorcia le distanze e rende possibile andare e tornare dal lavoro in modo più rapido e affidabile. Non è un mezzo per pochi, ma nemmeno il più economico in assoluto. Al debutto costa 80.000 lire, quando una bicicletta ne richiede poco più di 20.000 e un Cucciolo o un Mosquito - i micromotori da applicare al telaio - meno della metà. L’automobile è altra cosa e resta un sogno lontano (nel 1948 una Topolino B costa 720.000 lire!), fuori dalla portata dei più. Il Guzzino, dicevamo, non è super economico, ma fa gola: è leggero, semplice da usare, affidabile. E poi, porta con sé il nome Moto Guzzi e, a colpo d’occhio, ha l’aspetto (ma anche, come vedremo) e le soluzioni tecniche di una moto vera. Dopo anni di miseria e privazione, la voglia di “regalarsi” qualcosa di bello è tanta…
Un progetto semplice ma tutt’altro che banale
La storia del Guzzino inizia in realtà qualche anno prima del 1946. È il 1942 quando Carlo Guzzi affida ad Antonio Micucci, giovane tecnico Olivetti sfollato a Mandello del Lario, il progetto di una piccola cilindrata. Le condizioni sono chiare: più di 50 cm3, perché Guzzi non produce ciclomotori, e ruote alte, come quelle di una vera moto.
Il progetto matura lentamente, attraversa la guerra e arriva alla forma definitiva solo quattro anni più tardi. Le modifiche nel tempo sono minime, segno che l’idea di partenza è solida. La scelta cade su un motore due tempi, più semplice ed economico, ma tecnicamente tutt’altro che banale come testimoniato dall’aspirazione affidata a una canalizzazione ricavata nell’albero motore che funge da valvola rotante. Il motore è compatto, realizzato in lega leggera, con cambio a tre rapporti. La leva del cambio sul lato destro del serbatoio è tecnicamente superata, ma incontra il guisto e l’esigenze dei molti acquirenti non motociclisti e quindi non abituati alla coordinazione piede- mano.
Pensato per la vita reale
Il Guzzino pesa 45 kg. Così poco che può essere riparato nell’androne di casa, come una bicicletta. Consuma poco (tra 40 e 60 km con un litro di miscela al 5%) e, con la benzina a 100 lire al litro, non incide troppo sul bilancio familiare. Ma sa anche raggiungere i 50 km/h, una velocità che in molti in quegli anni non hanno mai sperimentato se non (chi c’è salito) a bordo di un treno. Il Guzzi ha un altro, grandissimo, punto di forza: nasce per andare al lavoro, ma presto diventa esso stesso strumento di lavoro. Gli arrotini sfruttano il motore per far girare la mola, gli ambulanti trainano carretti, qualcuno smonta il propulsore per azionare pompe o macchine agricole. E così, intorno al Guzzino si sviluppa un mondo di adattamenti, soluzioni pratiche e accessori utili: c’è chi aggiunge una seconda sella, chi monta paragambe e parabrezza, chi arriva persino al sidecar. E c’è anche chi, più facoltoso, lo personalizza con tachimetro, indicatori, borse in cuoio e cromature.
Dal lavoro alle corse
Ma le moto, si sa, fanno sempre venir voglia di correre. Nonostante la cilindrata ridotta, anche il 65 dimostra un carattere che va oltre l’uso quotidiano. Le trasformazioni sportive sono numerose e i record di velocità ottenuti su piste come Monza e Montlhéry ne amplificano la fama. Il Guzzino esce dai confini italiani e viene prodotto su licenza anche in Spagna. Moto Guzzi accompagna questo successo con una comunicazione capillare. I collaudatori girano le piazze delle grandi città, le prenotazioni aumentano, così come le vendite a rate. Nel 1949 si raggiungono le 50.000 unità prodotte. In pochi anni, il Guzzino diventa così la moto dell’operaio e dell’impiegato, dello studente e del professionista. Un fenomeno sociale, al pari di Vespa e Lambretta, che sono però semplici scooter.
Una lunga carriera, piccoli cambiamenti
Dal 1948 al 1954 il Guzzino evolve per dettagli successivi: scarichi, comandi, finiture, soluzioni via via più economiche o funzionali. Cambiano materiali, forme, componenti, ma l’impostazione resta la stessa. Nel 1954 la produzione si chiude senza ulteriori novità ed il testimone passa al Cardellino.
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