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TRX 850, la Yamaha che voleva essere una Ducati (spoiler: non ci riuscì)

Questa sportiva giapponese si ispirava chiaramente alla Ducati SS: il telaio era a traliccio in tubi di acciaio mentre il motore bicilindrico derivava dalla TDM e aveva il manovellismo a 270°, soluzione inedita a metà anni '90

Telaio a traliccio, motore bicilindrico, doppio scarico alto... impossibile non pensare ad una Ducati, ma in realtà ci stiamo riferendo alla Yamaha che vedete in foto qui sopra. Si chiama TRX 850 e, non a caso, è nata nel 1995 proprio per fare concorrenza diretta alla 900 SS di Borgo Panigale sul mercato giapponese. Questa sportiva facile è poi arrivata anche in Italia e, anche se non ebbe il successo della sua avversaria tricolore, presenta delle soluzioni tecniche che meritano di essere ricordate.

In foto un esemplare rosso con telaio bianco, ma lo scarico (aftermarket) è singolo

Debutta il manovellismo a 270°

Partiamo dal motore della TRX 850, che era bicilindrico sì, ma non a L come quello Ducati. La casa di Iwata utilizzà il blocco della mitica TDM che aveva già in casa, un due cilindri paralleli inclinati di ben 40° per 849 cm3 di cilindrata da 77 CV. Interessante anche la scelta di posizionare il serbatoio dell'olio in alluminio in alto, dietro ai cilindri, per centralizzarele masse, così come l'inclinazione dei due carburatori Mikuni da 38 mm che erano praticamente in orizzontale. Rispetto alla TDM erano state ridotte del 14% le masse volaniche, aumentata la compressione, incrementato il volume della casa filtro e adottata un'accesione digitale che si autoregola in base alla posizione dell'acceleratore: il risultato è stato un incremento di potenza di 6 CV (83 CV in totale a 7.500 giri/min) e di 5 Nm di coppia. 

Fuori il motore è uguale a quello della TDM, ma dentro cambia tantissimo

Sulla moto più turistica questo motore aveva una fasatura dell'albero di 360°, caratteristica che lo rendeva molto elastico e facilmente utilizzabile, ma sulla sorella con la mezza carena il manovellissimo era di 270°: soluzione oggi ampiamente diffusa ma a metà anni '90 non si era ancora vista. Questo particolare ordine di scoppio ricrea la sensazione di coppia e il suono coinvolgente dei motori a V, non a caso la TRX era divertentissima. La moto rispondeva alle minime sollecitazioni dell'acceleratore, spingeva forte anche ai bassi, ma si faceva facilmente utilizzare anche ad andature più turistiche.

La Yamaha TRX850 è molto simile alla Ducati, solo un occhio attento riesce a notare che il bicilindrico non è a V

Gemelle diverse

Faceva gola l'impianto frenante Brembo, con all'anteriore doppie pinze assiali a quattro pistoncini e dischi da 266 mm; meno attrante invece la forcella a steli tradizionali da 41 mm, comunque dotata di regolazione del precarico e dell'idraulica in estensione. Uno dei dettagli che hanno resto iconica questa sportiva giapponese, però, è il telaio a traliccio in tubi di acciaio di chiara ispirazione Ducati, ma in Giappone non lo negavano, anzi. "La TRX è stata progettata pensando a una Ducati", così si legge nelle dichiarazioni di Yamaha di quegli anni.

L'obiettivo era chiaramente ingolosire gli appassionati con un progetto che a livello tecnico ed estetico assomigliasse ad una "rossa" (anche la mezza carena è stata spudoratamente copiata), ma in termini di guida le differenze tra la 900 SS e la TRX 850 erano un po' più sostenziali. La ciclistica della giapponese era molto precisa e permetteva di divertirsi facilmente su strada, infatti la sensazione era di guidare una moto poco impegnativa e che trasmette più confidenza nonostante le maggiori prestazioni del motore. Inoltre, la posizione di guida era abbastanza caricata sui polsi, un po' scomoda ma meno scomoda della Ducati: la 900 SS riusciva comunque ad essere più stabile alle alte velocità, sacrificando però la maneggevolezza, uno dei punti forti della Yamaha.

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