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Storia dei cinquantini da corsa di una volta: piccole cilindrate, grande tecnica

Nel volgere di pochi anni, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, alcuni  costruttori italiani misero in pista monocilindrici di 50 cm³ sorprendentemente sofisticati. Motori minuti ma avanzatissimi, spesso costruiti in pochissimi esemplari, che portarono soluzioni tecniche ardite nelle gare in salita e nei primi confronti con i due tempi. Eccone alcuni tra i più “preziosi”

L’ascesa dei Cinquantini

Alla fine degli anni Cinquanta i ciclomotori cominciano finalmente a guadagnarsi un ruolo definito nel panorama motociclistico. Non che fossero assenti prima, ma erano relegati in una sorta di terra di mezzo: i modelli di serie venivano considerati una via di mezzo tra le bici a motore e le leggere 75 cm³, mentre nelle competizioni la cilindrata minima “seria” era appunto quella dei 75, usata anche nelle grandi classiche come Motogiro e Milano–Taranto. Quando però i 50ini iniziano a diffondersi in modo massiccio, l’interesse crebbe su più fronti: utenti, costruttori e federazioni iniziarono a guardarli con occhi diversi. Le prime categorie “cinquanta” fanno così la loro comparsa soprattutto nelle gare in salita, terreno di scontro tra i semplici ma efficaci due tempi e gli affascinanti, complessi e costosi quattro tempi. Ed è proprio qui che uno dei pochi motori a quattro tempi, il Motom 48, si ritrova da solo ad affrontare avversari del calibro degli Itom e dei Maserati “Rospino”. Ma andiamo con ordine…

Motom e la mano di Remor

Già nel 1958 Motom aveva sviluppato una versione da record del suo tranquillo monocilindrico ad aste e bilancieri, trasformato per l’occasione in un piccolo gioiello capace di circa 4,5 CV a 9.000 giri/min. L’impronta dell’ingegner Piero Remor - lo stesso che aveva firmato la 98 - è evidente: la testata ospita due insolite barre di torsione, montate in astucci sporgenti, studiate non per comandare le valvole ma per assistere il ritorno di aste e bilancieri. Il risultato? Un mezzo sorprendentemente competitivo, capace di vincere il Campionato Italiano della Montagna nel 1959 e nel 1960, e poi ancora nella categoria Sport (derivate dalla serie) nel 1961 e 1962.

Biavati, Morini e il 50 da 12.000 giri

Nel 1957 Nerio Biavati, uno dei tecnici più brillanti dell’epoca, lascia Mondial per approdare al reparto corse Morini. Poco dopo avvia, quasi per passione personale, la costruzione di un 50 da competizione a quattro tempi. Lo affiancano il disegnatore Rossetti, il meccanico Corazza e il modellista Laurenti, figura chiave per gran parte delle fonderie bolognesi. Dal loro lavoro nasce un monocilindrico raffinatissimo: distribuzione monoalbero a cascata di ingranaggi, lubrificazione a carter umido, due valvole richiamate da molle a spillo scoperte. Al banco raggiunge 7 CV a circa 12.000 giri/min, con misure di 39 x 40 mm. La moto finisce presto nelle mani di Francesco Villa, ottimo pilota e tecnico sopraffino, che convince il conte Boselli a comprarla per Mondial. Con essa Villa domina numerose cronoscalate nel 1962, mentre in Italia le gare in circuito per le “50” restano ancora marginali, nonostante l’ingresso della categoria nel Mondiale proprio in quell’anno, anche se di fatto restò un progetto semi-ufficiale e mai realmente inserito in un programma della Casa.

Benelli: quando un cilindro diventa un 50 da GP

All’inizio degli anni Sessanta Benelli è impegnata nello sviluppo della sua celebre quattro cilindri da 250, poi evoluta anche in 350 e 500. Per portare avanti collaudi e affinamenti, l’ingegner Savelli realizza un “modulo” di prova: un singolo cilindro del quattro cilindri, trasformato in monocilindrico indipendente. Nel 1962 il motore da 62,5 cm³ - ottenuto mantenendo le misure 44 x 40,5 mm - viene installato su una ciclistica modernissima, con telaio a doppia culla continua derivato dalla quadricilindrica. La distribuzione bialbero è mossa da una cascata d’ingranaggi sul lato destro; le due valvole, con angolo incluso di 63°, misurano 25 mm (aspirazione) e 23,5 mm (scarico). Particolarissimo l’inserto in bronzo fuso nella testa, che integra camera di combustione e sedi valvole. La versione da 50 cm³ utilizzata in alcune competizioni sfiora i 9 CV oltre i 14.000 giri/min.

Demm: precisione e primati

Demm, con sede tecnica a Milano e stabilimento a Porretta Terme, è uno dei marchi più avanzati nel settore dei ciclomotori. Nasce producendo ingranaggeria e strumenti di precisione, e porta lo stesso rigore nella costruzione dei suoi motori, prima forniti ad altre case e poi utilizzati sulle proprie moto. Nel 1960 decide di realizzare un cinquanta da corsa a quattro tempi specifico per le salite. Nel 1961 presenta un capolavoro in miniatura: bialbero comandato da alberello verticale e coppie coniche, valvole molto inclinate mosse da bilancieri a dito e molle a spillo in bagno d’olio, misure 40 x 39 mm, lubrificazione a carter umido e cambio a 5 marce. Colpiscono soluzioni singolari come il volantino esterno sull’albero motore e la doppia accensione. La frizione, come sui Benelli e Mondial, è multidisco a secco. Questa prima versione vince il Campionato della Montagna 1961 ma l’anno dopo arriva una seconda generazione: testa completamente nuova con “castello” superiore per i due alberi a camme e cinque ingranaggi orizzontali, valvole ancora più inclinate e molle a spillo scoperte, nuovo albero a gomito su cuscinetti e misure portate a 41,2 x 37,5 mm. Segue una terza variante, prodotta in un solo esemplare, identica ma con cambio a 12 rapporti ottenuto tramite un meccanismo di sdoppiamento rapporti a sfere. Il motore è alloggiato in un nuovo basamento e, per ridurre l’effetto giroscopico del motore nelle salite, l’albero gira in senso opposto alle ruote. Con lui Demm vince i campionati della montagna anche nel 1962 e 1963, per poi ritirarsi definitivamente.

Per rimanere in tema: I cinquantini dell'era d'oro: 6 modelli che (ancora) tutti sognano

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