Quando Davide batte Golia: Anthony Gobert e quella vittoria impossibile con Bimota in SBK
Un risultato impossibile, sulla carta, ottenuto in condizioni rocambolesche da uno die piloti più talentuosi e folli del circus
La Bimota ritornata nel mondiale Superbike lo scorso anno si è messa in evidenza con diverse prestazioni lusinghiere, ma per il momento l’ultima vittoria iridata resta quella ottenuta con Anthony Gobert nel round Australia 2000. Un risultato impossibile, sulla carta, ottenuto in condizioni rocambolesche.
Ci voleva un cavallo pazzo
È una faccenda che parte da lontano, da quando Franco Farnè, lasciato libero dalla Ducati, accettò la proposta della Bimota per far correre la SB8R nel campionato delle derivate dalla serie. Il guaio è che il motore Suzuki 1000 non era competitivo per cui non c’era alcuna possibilità che un pilota vincente accettasse di guidare la moto riminese. Fu Virginio Ferrari, al quale Farnè aveva chiesto supporto, ad avere l’idea geniale: recuperare Anthony Gobert. Un pilota con un talento da far paura ma ingestibile, genio e sregolatezza ai massimi livelli. Licenziato per uso di stupefacenti dalla Suzuki, che nel 1997 lo aveva schierato in 500 GP. Poi era stato trovato positivo all’antidoping per uso di marijuana altre due volte, nel 1998 e nel 1999. Un cavallo pazzo, ma di razza, spinto nell’oblio dalle sue vicende personali.
Rinascita a Montecarlo
Ferrari aveva convinto l’australiano a tornare e a sottoporsi a un rigoroso programma di allenamento. Da ottobre 1999 a febbraio 2000 se lo portò a Montecarlo, dove vive da anni, e lo seguì passo dopo passo. Anthony si sottopose di buon grado a dieta ed allenamenti, dimagrì notevolmente e si impegnò al 100%, quasi tutti i giorni effettuava sessioni di fuoristrada da mattina a sera, fino a quando non era esaurita la benzina o non arrivava il buio.
“The Go-show” – lo chiamavano così per la sua guida spettacolare – si presentò all’inizio del campionato tirato a lucido ma la prima gara confermò i timori: la SB8R era una moto con la quale si poteva puntare a posizioni dal 15º posto in giù. Una bella delusione…
Quando si gioca in casa...
Il round successivo però era in Australia, sul circuito di Phillip Island, e lì “The Go-show” giocava in casa. Conosceva la pista ma soprattutto le caratteristiche del suo asfalto molto meglio degli altri.
Piovve quella mattina, e i piloti che dovevano schierarsi per Gara 1 dovettero affrontare la roulette delle gomme sulla pista che andava asciugandosi. Tutti scelsero le intermedie. Tutti tranne Gobert che impose quelle da bagnato.
«Conosco bene Phillip Island e qualcosa mi diceva che la pista avrebbe impiegato molto ad asciugarsi – svelò poi –. I tecnici di Bimota e Michelin volevano che montassi le intermedie, ma ero convinto della mia scelta».
Aveva ragione lui e quel 23 aprile del 2000 scrisse una pagina epica, conquistando una vittoria impossibile. “The Go-show” avevo fatto il miracolo.
«Al primo giro ho dovuto fare un po’ di slalom nel gruppo, c’erano dei piloti fermi in mezzo alla pista – raccontò subito dopo –. Poi ho spinto più che potevo perché sapevo che prima o dopo le gomme avrebbero cominciato a mollare. Quando ho visto che il vantaggio stava diventando enorme ho guidato sul velluto per consumarle il meno possibile».
Il ricordo di Virginio Ferrari
Virginio Ferrari aveva avuto il coraggio di scommettere sul suo gioiellino, ma non poteva credere ai suoi occhi. Ricorda oggi:
«Io dopo lo schieramento di partenza abbandonai il muretto dei box ed entrai nel tracciato per comunicare ai segnalatori via radio i distacchi, in modo che sulla lavagna potessero esporglieli
in tempo reale. Cominciammo con un + 9” di vantaggio sul secondo, poi + 21” al secondo giro, e al decimo arrivammo a 51” di vantaggio su Carl Fogarty. A un certo punto l’apoteosi. Via radio mi
dissero: “Dài, torna qui alla svelta perché devi andare sul podio con Anthony per la premiazione”. Risposi: ”Chiamate Farnè, sul podio deve andare lui!”. Fu il coronamento di una giornata indimenticabile».
Gobert (qui sotto) non si teneva più dalla felicità.
"Per la gioia ho dato tanti pugni sul serbatoio che ho rischiato di rompermi la mano" – si lasciò sfuggire. Ma i meccanici lo perdonarono volentieri.
Foto e immagini
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