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Route 66: sognando l’America e ingrassando

Otto Stati, migliaia di chilometri e decine di migliaia di calorie, la Route 66 racconta gli Stati Uniti anche attraverso quello che arriva nel piatto dei viaggiatori…

Stato che vai...

Lungo la Route 66 ci si abitua in fretta a certe cose: i diner aperti dalla mattina presto, il bacon croccante infilato praticamente ovunque, le tazze di caffè che vengono riempite di continuo con brocche da 1 gallone e porzioni allineate alla cilindrata della Harley che aspetta nel parcheggio.  La Mother Road attraversa otto stati, da Chicago fino al molo di Santa Monica, in California.  Quattromila chilometri lungo un percorso dove cambia tutto: paesaggi, clima, accenti e… menu. 

I diner

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I diner, prima di tutto. Più che semplici ristoranti, fanno parte del paesaggio della Route 66 quasi quanto le insegne al neon, i motel e le vecchie stazioni di servizio. Banconi in formica con angoli cromati, jukebox, pancake serviti a qualsiasi ora e hamburger che arrivano al tavolo in pochi minuti compaiono ancora oggi lungo gran parte della strada. Salvo pochi e mal riusciti tentativi di imitarli ed importarli anche qui, noi italiani, abituati a ristoranti e trattorie, li consociamo soprattutto grazie al cinema americano, che per decenni li ha usati come sfondo naturale delle sue storie. 

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Da Easy Rider a Pulp Fiction, passando per American Graffiti e la serie The Sopranos,  i diner tornano e ritornano sullo schermo insieme alle loro apple pie ed alle cameriere che le portano al tavolo masticando una gomma. Lo stereotipo è servito, ma il rapporto è in realtà inverso: sono i film e le loro storie ad essersi ispirati alla Route 66 ed ai suoi diner, e non il contrario. Certo è che la realtà è ben più varia di quanto visto al cinema o in tv: fieri ed orgogliosi della nostra cucina facciamo fatica ad ammetterlo, ma anche negli States ci sono molti più piatti di quello che siamo portati a credere. Quello sulla Route 66 è un viaggio che lo dimostra. Qualche esempio? 

Comincia il viaggio

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A Chicago, dove la Route 66 comincia all’incrocio tra Adams Street e Michigan Avenue, il menu parte pesante. La deep-dish pizza assomiglia più a una torta salata che a una pizza italiana: alta, piena di formaggio e con parecchi centimetri di ripieno. Poi ci sono gli hot dog, stracarichi di cipolle, cetriolini, pomodori, mostarda (rigorosamente dolce nell’Illinois) e salse varie. Nulla a che vedere con ciò che noi chiamiamo hot dog. E se (già9 vi manca la cucina di casa c’è il cosiddetto  Italian Beef Sandwich, panino ripieno di roast beef tagliato sottilissimo e immerso nel suo stesso sugo. Ma è solo l’inizio. 

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Addentrandosi nel Midwest e sconfinando nel Missouri si possono provare i Toasted Ravioli, che di italiano hanno solo il nome, nati probabilmente nella comunità italoamericana locale. Qui poi la pizza diventa sottilissima e croccante, quasi l’opposto di quella di Chicago, mentre a St. Louis la frozen custard - una sorta di crema gelata densa e vellutata - viene proposta un po’ come da noi la pasta al pomodoro. È una specie di istituzione locale. Qualche centinaio di chilometri più avanti, in Kansas, il tempo per fermarsi è poco, dato che qui la Route 66 attraversa appena una porzione di territorio, ma comunque sufficiente per concedersi l’assaggio di un’altra grande istituzione: il pollo fritto, diventato uno dei simboli più riconoscibili dell’America popolare grazie soprattutto alla notissima catena di fast food (che in realtà sarebbe del Kentucky) ed alla figura del colonnello Harland Sanders, trasformato quasi in un personaggio pubblicitario prima ancora che in un imprenditore. Non fraintendeteci: lungo la Route 66 il fried chicken continua ad avere un lato più locale e meno industriale, servito in piccoli ristoranti di provincia dove le porzioni arrivano spesso accompagnate da purè, salsa gravy e quantità “poco prudenti” di burro. 

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A proposito di dieta, non ci si illuda che la situazione possa migliorare in Oklahoma, dove domina invece la fried steak, sorta di carne battuta sottile, impanata, fritta e coperta di salsa bianca. A colazione, pranzo o cena cambia poco: per oltre un secolo legata al trasferimento delle mandrie, Oklahoma City è intrisa di cultura della carne tanto quanto le sue bistecche lo sono di salsa. Da provare anche l’Onion Burger, nato durante la Grande Depressione quando, per usare meno carne possibile, si aggiungevano enormi quantità di cipolla direttamente sulla piastra. 

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Quindi si arriva in Texas, dove la “ciccia” rimane la stessa, ma l’atmosfera cambia radicalmente. Ad Amarillo comincia il territorio del barbecue, quello vero, quello texano, quello che là viene trattato quasi come una questione religiosa. I pitmaster - cioè “i maestri della cottura lenta” - si arrostiscono insieme alle loro bistecche e si affumicano insieme ai loro spiedini (ini è un eufemismo) passando ore davanti alla griglia.  Entrando nel New Mexico, a questo punto l’avrete intuito, il menu cambia ancora. La cucina del Sud-Ovest mescola influenze messicane, ingredienti locali e ricette molto più antiche della stessa Route 66. Ad Albuquerque vi consiglieranno per esempio di ordinare il chili “Christmas”, cioè metà rosso e metà verde, accompagnato da tortillas di mais appena fatte e livelli di piccantezza che, dopo qualche giorno, finiscono quasi per diventare normali. Per dessert invece ci sono i Sopapillas, dolci fritti e gonfi, spesso serviti con miele. 

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L’Arizona continua sulla stessa linea, con una presenza sempre più forte della cucina tex-mex e sapori decisamente più speziati rispetto agli stati attraversati all’inizio del viaggio. Una cucina che si sposa perfettamente con il paesaggio: deserti, cactus, rocce rosse, stazioni di servizio isolate e lunghi rettilinei che tremolano sotto il sole. Là si mangia per esempio il Navajo Taco, servito sul frybread, cioè il pane fritto tipico della cultura nativa. 

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Infine, per chi ancora non è sazio, la California. E anche qui, inevitabilmente, il cibo cambia ancora. I diner classici lasciano spazio ai coffee shop, compaiono frutta fresca, verdura e menu più leggeri come la Cobb Salad. Una facciata, perché il Golden States è solo in apparenza quello più salutista dei cinquanta. A dirla tutta, a Los Angeles la cucina riflette decine di comunità diverse e lì come in nessun altro posto degli States è possibile mangiare praticamente di tutto, dal pollo fritto se vi manca quello del Kentucky, all’hot-dog se non vi va di tornare fino a Chicago (solo che a L.A. lo avvolgono nel bacon), passando per piatti cinesi, giapponesi, italiani, messicani, colombiani e via dicendo. A questo punto abbiamo già percorso migliaia di chilometri ed assimilato almeno il doppio di calorie. C’è ancora spazio? Perfetto: la Route 66 finisce proprio sul molo di Santa Monica e lì, sotto la ruota panoramica, ci si può prendere un bel gelato… 

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