Nel reparto corse del Conte era il re: Arturo Magni una vita in MV
Per oltre venticinque anni è stato una presenza costante dietro le quinte del reparto corse MV. Arturo Magni attraversa un’epoca intera del motociclismo: quella dominata dalla MV nel Mondiale, sotto la guida del Conte Domenico Agusta. Ecco la sua storia…
Dall’aeromodellismo ai motori
Arturo Magni nasce il 24 settembre 1925 a Usmate Velate, nei pressi di Arcore, quarto di nove figli. Il padre Adolfo è contadino e falegname, ma Arturo mostra presto una forte inclinazione per la meccanica. Negli anni Quaranta costruisce aeromodelli e piccoli automodelli mossi da motori a scoppio, affascinato dall’attività del campo d’aviazione di Arcore.
È proprio grazie a questa passione che stringe amicizia con Ferruccio Gilera, figlio del fondatore della Gilera. I due trascorrono interi pomeriggi a sperimentare modelli volanti in una stalla inutilizzata della tenuta di famiglia, accanto allo stabilimento di Arcore. Nel frattempo Magni trova lavoro alla Bestetti Aeronautica, nel reparto sperimentale, dove resta fino al 1945.
Gli anni della Gilera
Nel 1947 entra alla Gilera, inizialmente nel reparto assistenza diretto da Luigi Gilera. Poco dopo viene notato dal progettista Pietro Remor, che decide di portarlo nel reparto corse. La prova di ammissione è semplice ma significativa: smontare e rimontare il motore di una quattro cilindri senza lasciare neppure una rondella sul banco. Promosso. Lì, nel reparto corse, Magni entra in contatto con tecnici esperti e piloti di grande valore, tra cui Nello Pagani, Carlo Bandirola e Arciso Artesiani. È un ambiente altamente competitivo, che rappresenta la migliore scuola possibile per un giovane meccanico.
La chiamata della MV Agusta
Il passaggio decisivo arriva nel 1950. In occasione del Circuito di Ospedaletti l’ingegner Remor, che nel frattempo ha lasciato la Gilera, propone a Magni di seguirlo alla MV Agusta per lavorare alla nuova quattro cilindri 500. È una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita. Magni accetta e dal 1° maggio 1950 entra nel reparto corse di MV. Ma l’organico è ridotto e il lavoro enorme: pochi uomini devono sviluppare una moto tecnicamente complessa, con trasmissione a cardano e sospensioni a barre di torsione. L’obiettivo è portarla al debutto al Gran Premio del Belgio del 2 luglio 1950. L’impresa riesce: Arciso Artesiani parte e conclude la gara al quinto posto dietro le Gilera di Umberto Masetti e Pagani, l’AJS di Leslie Graham e la Gilera di Bandirola. Magni ricorderà in seguito che il reparto corse era formato da pochissime persone. Negli anni del dominio mondiale della MV, quando correva Giacomo Agostini, a lavorare sulle moto erano appena sei o sette tecnici, costretti a gestire, tra 125 e 500, anche una ventina di moto durante i Gran Premi. Nei trasferimenti verso i circuiti europei, racconta, non era raro vedere i camion del reparto corse carichi di moto destinate ai vari piloti impegnati nelle diverse cilindrate. Una macchina organizzativa impressionante, resa possibile solo grazie alla grande esperienza del gruppo.
Il metodo del Conte
Secondo Magni, una delle grandi ragioni del successo della MV Agusta sul palcoscenico del Motomondiale era legata alla figura di Domenico Agusta. Nato nel 1907 in una famiglia aristocratica dalla lunga tradizione aeronautica, Domenico non era semplicemente il proprietario dell’azienda: dopo la morte del padre Giovanni nel 1927, ne aveva assunto la guida insieme alla madre, portando avanti attività aeronautiche di grande rilievo prima e, a partire dal dopoguerra, trasformando la “Agusta” in un’icona delle due ruote. Nel 1945, in seguito al divieto imposto all’Italia di produrre aerei dopo la guerra, il Conte decise di diversificare la produzione fondando la Meccanica Verghera, il marchio cioè che avrebbe preso il nome MV Agusta. Una scelta fatta non solo per mantenere attiva l’azienda, ma anche come risultato di una visione competitiva aggressiva che avrebbe segnato per tre decenni la storia delle corse. Il suo coinvolgimento non fu infatti meramente finanziario o formale: secondo diverse testimonianze, il Conte era un imprenditore profondamente appassionato di meccanica e di gare e spesso lavorava fianco a fianco con i tecnici e gli ingegneri nel reparto corse. Magni stesso ricordava che Domenico era il “propellente” della squadra. La determinazione, l’orgoglio e la tensione costante che imponeva non lasciavano spazio a comodità o accontentamenti. Per lui vincere non era solo un risultato sportivo, ma un punto d’onore: perdere non era contemplato, e la pressione su piloti e tecnici era continua e rigorosa. Fin dai primi anni Cinquanta, dopo aver radicalmente riorientato l’azienda verso le competizioni, il Conte chiedeva che le moto da corsa arrivassero a prestazioni che per l’epoca sembravano futuristiche: in una fase iniziale l’obiettivo era spingere la quattro cilindri ad avvicinarsi ai cento cavalli, un traguardo di qualità e potenza che la Casa riuscirà a sfiorare solo molti anni dopo con i modelli più evoluti. Ad ogni modo, la spinta imprenditoriale di Domenico non si limitò alle sole gare, dato che negli anni successivi all’avvio delle attività motociclistiche mantenne anche rapporti con l’industria aeronautica, contribuendo ad ampliare la gamma di prodotti dell’azienda fino alla produzione di elicotteri sotto licenza, e ad acquisizioni strategiche come quella della OSCA – Officine Specializzate Costruzione Automobili. Era, insomma, un uomo dalla visione chiara e ambiziosa, un imprenditore che portava la stessa logica di innovazione e rigore delle competizioni motoristiche nella gestione industriale. Per chi lavorava accanto a lui, come Magni, la figura del Conte rappresentava non solo un capo esigente ma anche la forza trainante che aveva trasformato la MV Agusta in una leggenda delle corse.
I piloti della grande epoca
Nel corso della sua lunga carriera Magni ha lavorato con alcuni dei più grandi piloti della storia. Non ha mai dichiarato preferenze: il suo unico riferimento, diceva, era il cronometro. Tra i talenti che più lo impressionarono ricordava il sudafricano Ray Amm, capace di essere subito velocissimo al primo contatto con la quattro cilindri MV a Imola nel 1955 (molti piloti stranieri, osservava Magni a tal proposito, arrivavano già pronti grazie a una “formazione più spregiudicata sui circuiti internazionali”), Carlo Bandirola, pilota che attirava l’attenzione del pubblico per il suo stile generoso e aggressivo, Leslie Graham, ricordato come un grande collaboratore nello sviluppo della moto, e John Surtees che “impressionava” per il metodo e la disciplina con cui affrontava le prove. Ogni pilota aveva una personalità ben definita. Carlo Ubbiali, ad esempio, secondo Magni avrebbe potuto correre con successo anche nelle classi superiori: aveva un fisico forte e grande resistenza. Restare nelle categorie 125 e 250 fu soprattutto una scelta strategica per l’equilibrio della squadra. Di Mike Hailwood Magni sottolineava invece la straordinaria capacità di adattamento: per lui, raccontava, sembrava non esistere mai un problema, qualunque moto gli venisse affidata.
L’era Agostini
L’arrivo di Giacomo Agostini segna una nuova fase nella storia della MV. Secondo Magni il campione bergamasco è stato il pilota che più ha contribuito all’immagine della marca nel mondo: talento, carisma e presenza scenica lo hanno trasformato in un vero idolo delle folle.
Un personaggio che catalizzava l’attenzione su di sè, vero, ma che non ha mai compromesso davvero i risultati della squadra. Anche le tensioni tra Agostini e Phil Read furono spesso, come racconterà il meccanico, amplificate dai giornali più che vissute realmente all’interno del team.
Il testimone di un’epoca
Quando la MV Agusta si ritira dalle corse negli anni Settanta, termina una stagione irripetibile del motociclismo. Per Magni resta l’esperienza di una vita trascorsa accanto ai protagonisti di quell’epoca straordinaria.
Negli anni successivi continuerà a lavorare nel mondo delle moto con le proprie realizzazioni, affiancato dai figli Carlo e Giovanni e dalla moglie Maria, sposata nel 1949. Morirà il 2 dicembre del 2015 a Samarate, dopo decenni passati nel cuore del reparto corse più vincente della storia, Arturo Magni rimane soprattutto il custode di una memoria preziosa: quella degli anni in cui, nelle piccole officine italiane, si costruivano le moto destinate a dominare il Mondiale.
Dall’infanzia di Magni al retaggio del Conte, l’areonautica è stata il perno attorno al quale è nata ed ha girato gran parte della storia motociclistica italiana. Altri esempi ne sono figure come Giovanni Ravelli, amico e “collega”di Carlo Guzzi e, impossibile non citarlo in questo contesto, l’inarrivabile Corradino D’Ascanio. Conoscete la sua storia? Corradino D'Ascanio inventò l'elicottero, fu tradito e la Vespa lo punse
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