Phillip Island, the last dance: 100 anni di leggenda cancellati per business
Nata dalle corse sulle strade pubbliche e riportata più volte in vita dopo anni di abbandono, Phillip Island ha una storia da romanzo. Qui hanno vinto Gardner, Doohan, Rossi e Stoner. Ma adesso è il momento dell’addio: dal 2027 il Gran Premio d'Australia si correrà ad Adelaide
Tutto cominciò sulle strade dell'isola
C'è una certa ironia: la MotoGP lascia Phillip Island per Adelaide, cioè per un circuito cittadino, proprio come quelli da cui era cominciata la storia delle corse sull'isola. Una storia che risale agli anni Venti, quando Phillip Island era ancora una piccola comunità rurale, affacciata sull'oceano a sud-est di Melbourne. Un'isola vera e propria, separata dalla terraferma e raggiungibile soltanto via traghetto (il primo ponte sarebbe arrivato soltanto nel 1940). Qui si viveva soprattutto di agricoltura e delle attività legate al mare, ma già allora il turismo rappresentava una risorsa importante. La cittadina di Cowes, in particolare, attirava villeggianti in cerca di spiagge e tranquillità. Ma anche divertimenti. Ed è qui che s’inserisce il capitolo “corse motociclistiche”, dato che a spingere gli abitanti verso il mondo delle competizioni motoristiche furono le opportunità economiche che esse lasciavano presagire. Organizzare gare significava infatti richiamare sull'isola piloti, spettatori e turisti, dando lavoro alle attività locali. Tanto più che, nel frattempo, lo Stato di Victoria aveva approvato nel 1924 una legge che vietava le competizioni motoristiche sulle strade pubbliche, costringendo gli appassionati a cercare luoghi alternativi in cui correre. E quale posto migliore se non un’isoletta affacciata sull’Oceano?
L'occasione arrivò tra il 1927 e il 1928, quando la comunità locale decise di separare la propria amministrazione da quella condivisa con la terraferma, dando vita alla Shire of Phillip Island, una municipalità autonoma. Il nuovo consiglio locale accolse le proposte degli organizzatori delle competizioni, sfidando di fatto le restrizioni imposte dallo Stato. Nel 1928 arrivarono così le prime gare automobilistiche e motociclistiche, disputate su percorsi ricavati dalle strade sterrate dell'isola. Tracciati lunghi anche una ventina di chilometri, tra fango, sabbia e condizioni di sicurezza che oggi farebbero rabbrividire qualsiasi pilota. E dopo troppe gare rinviate per il maltempo, divenne evidente la necessità di un circuito permanente.
Una pista nata tra fango, debiti e pioggia
E così, all’inizio degli anni Cinquanta alcuni appassionati fondarono il Phillip Island Auto Racing Club per realizzare un autodromo permanente. Nel 1952 acquistarono un terreno di circa 120 ettari e avviarono i lavori. I soldi erano pochi, il drenaggio del terreno era pessimo e le continue piogge facevano lievitare i costi. Tra fango e sudore, il circuito fu finalmente inaugurato il 15 dicembre 1956, sotto una pioggia torrenziale. Tra i partecipanti c’era anche Keith Campbell, futuro campione del mondo della 350, che cadde nelle prove infortunandosi a una spalla. La festa però durò molto poco: a forza di buche, crepe e rattoppi, nel 1962 le condizioni dell'asfalto erano diventate talmente disastrose da costringere gli organizzatori a chiudere il circuito.
Le gare motociclistiche in programma per l'inizio del 1963 furono trasferite altrove e, senza i soldi necessari per le riparazioni, Phillip Island cadde rapidamente in rovina. Nel giro di un paio d'anni, il rombo dei motori e lo stridio degli pneumatici lasciarono spazio al silenzio, mentre le erbacce si facevano strada tra le crepe dell'asfalto e le pecore tornavano a brucare nei prati che fino a poco prima ospitavano gli spettatori.
La rinascita
A cambiare le cose fu Len Lukey, ex pilota automobilistico e imprenditore australiano che, avendoci corso e vinto in passato, conosceva bene il circuito. Nel 1964 acquistò l'intera proprietà, ormai praticamente abbandonata, e si impegnò a salvarla. Riuscì a trovare un accordo con i creditori e concesse nuovamente la pista al Phillip Island Auto Racing Club per la cifra simbolica di una sterlina all'anno, a condizione che vi si organizzassero almeno quattro eventi annuali per dieci anni. Cominciarono così i lavori di recupero, tra rifacimento dell'asfalto, miglioramento del drenaggio e sistemazione delle strutture. Ma nemmeno stavolta il clima australiano fu clemente: una violenta tempesta danneggiò il fondo appena sistemato, costringendo a ricominciare parte dei lavori. Alla fine, dopo rinvii e difficoltà economiche, il circuito riaprì il 22 ottobre 1967, davanti a circa 15.000 spettatori. Phillip Island era tornata a vivere. Almeno per il momento. Ma nemmeno questa rinascita sarebbe durata a lungo.
Negli anni Settanta l'asfalto tornò progressivamente a deteriorarsi e nel 1978 si disputarono le ultime gare motociclistiche di quel periodo. Il circuito piombò così in un nuovo declino, tra strutture abbandonate e una pista ormai inutilizzabile per le competizioni più importanti. Soltanto nel 1985, con l'acquisto da parte di un nuovo gruppo di investitori, cominciò a delinearsi l'ennesima rinascita. E questa volta, finalmente, le ambizioni erano decisamente più grandi.
La scommessa del Motomondiale e il trionfo di Gardner
Proprio in quel periodo l'Australia stava scoprendo una passione travolgente per il Motomondiale, spinta soprattutto da Wayne Gardner, campione del mondo della 500 nel 1987. L'idea di portare il Gran Premio d'Australia a Phillip Island, fino a pochi anni prima impensabile, iniziò così a prendere forma.
Fergus Cameron e Bob Barnard trovarono i finanziamenti e nel febbraio 1988 la FIM assegnò al circuito il GP d'Australia del 1989. Furono investiti milioni di dollari per rifare il fondo e adeguare gli impianti agli standard internazionali, conservando il carattere della pista.
Il 9 aprile 1989 la scommessa fu vinta: circa 92.000 spettatori assistettero al primo Gran Premio del Motomondiale disputato sull'isola. La gara della 500 fu memorabile. Gardner, Wayne Rainey, Christian Sarron e Kevin Magee si sfidarono a suon di sorpassi, finché l'idolo di casa prevalse su Rainey per appena 35 centesimi di secondo. Una vittoria perfetta per inaugurare la nuova vita di Phillip Island.
Nonostante il successo e un'altra vittoria di Gardner nel 1990 davanti a Mick Doohan, dal 1991 il GP si trasferì però a Eastern Creek, vicino a Sydney. Un altro addio, ma non definitivo.
Doohan, Rossi, Stoner: l'isola dei campioni
Nel 1997 la 500 tornò a Phillip Island e questa volta il legame con il Motomondiale si sarebbe rivelato molto più duraturo, con le sole interruzioni del 2020 e 2021 dovute alla pandemia.
Nel 1998 fu Mick Doohan a regalare al pubblico australiano una giornata storica, vincendo il Gran Premio e conquistando il suo quinto titolo mondiale consecutivo.
Poi arrivò l'epoca di Valentino Rossi: nel 2001 il pesarese conquistò sull'isola il titolo della 500, battendo Max Biaggi sul traguardo per appena 13 millesimi. Proprio a Phillip Island il Dottore avrebbe inanellato cinque vittorie consecutive, dal 2001 al 2005, festeggiando qui anche il primo titolo mondiale con Yamaha nel 2004.
Certo è che il pilota più strettamente legato a questa pista resta senza dubbio Casey Stoner. Lì l'australiano conquistò sei vittorie consecutive, dal 2007 al 2012, prima con Ducati e poi con Honda, grazie a una capacità quasi unica di “interpretare” le velocissime curve del tracciato. Come abbiamo raccontato ripercorrendo le gare più spettacolari di Phillip Island, dopo di lui arrivarono altre sfide memorabili: il duello tra Márquez, Lorenzo, Rossi e Iannone nel 2015, la vittoria di Álex Rins nel 2022 e il primo successo in MotoGP di Johann Zarco nel 2023.
Velocità, vento e curve affacciate sull'oceano
Ripercorsa brevemente la sua storia, va detto ora che a rendere così speciale il tracciato non è soltanto il suo passato. La pista attuale misura 4.448 metri, conta 12 curve, sette a sinistra e cinque a destra, con un rettilineo principale di circa 900 metri. Corre lungo la costa, tra saliscendi e pieghe velocissime che richiedono coraggio, precisione e una guida particolarmente fluida. Non per nulla, il Gardner Straight, la curva Doohan, la velocissima Stoner Corner, Siberia e Lukey Heights sono nomi entrati nel vocabolario degli appassionati. E poi c'è il meteo: vento oceanico, pioggia improvvisa e temperature imprevedibili possono rimescolare le carte nel giro di pochi minuti. Lo abbimao visto in tante gare: qui più che altrove non basta avere la moto migliore, bisogna anche saperla guidare al limite senza commettere errori. Ma veniamo adesso alle dolenti note.
Perché la MotoGP se ne va?
Dopo quasi un secolo di corse, fallimenti e rinascite, Phillip Island deve affrontare un nuovo addio. Questa volta, però, le cose sono diverse: l'asfalto non è distrutto, le erbacce non hanno invaso il tracciato e nessuno ha intenzione di trasformare nuovamente il circuito in un pascolo per le pecore. A essere cambiati sono soprattutto gli interessi economici e le esigenze organizzative della MotoGP. Come spiegato dal presidente della FIM Jorge Viegas, da almeno dieci anni gli organizzatori chiedevano interventi per modernizzare le infrastrutture del circuito. Non tanto la pista, ancora oggi amatissima dai piloti, quanto i box, il paddock, gli accessi e le strutture necessarie per ospitare un evento internazionale. A complicare le cose c'è anche la posizione geografica di Phillip Island, con un'offerta alberghiera e ricettiva limitata rispetto a quella di una grande città.
Ma a pesare sulla decisione è stata soprattutto la volontà dei nuovi proprietari della MotoGP, Liberty Media, di trasformare il Gran Premio in un evento capace di attirare un pubblico ancora più vasto, puntando non soltanto sulle corse, ma anche su intrattenimento, ospitalità e attività collaterali. Tanto che gli organizzatori avevano inizialmente chiesto di trasferire il GP ad Albert Park, nel cuore di Melbourne. Una proposta respinta dal governo dello Stato di Victoria, che si era invece detto disponibile a nuovi investimenti pur di mantenere la gara a Phillip Island.
A spuntarla è stata così Adelaide, sostenuta dal governo dell'Australia del Sud e da un progetto che promette di portare la MotoGP direttamente tra le strade della città. La scelta, ufficializzata nel febbraio 2026, ha suscitato non poche critiche, tra cui quelle di Casey Stoner, contrario ad abbandonare uno dei tracciati più spettacolari e apprezzati del campionato.
Il nuovo Adelaide Street Circuit, secondo il progetto aggiornato, misurerà circa 4,13 chilometri e conterà 15 curve. Ospiterà il Gran Premio dal 12 al 14 novembre 2027, nell'ambito di un accordo valido fino al 2032. Prima del debutto dovrà naturalmente ottenere le necessarie omologazioni.
Un ultimo giro
Il Gran Premio in programma dal 23 al 25 ottobre 2026 segnerà dunque l'ultima visita della MotoGP a Phillip Island, almeno per il futuro prevedibile. Un addio che, per certi versi, ricorda quelli del passato: ancora una volta il circuito si trova a fare i conti con strutture da migliorare e investimenti da sostenere. Con una differenza fondamentale, però: stavolta le moto continueranno a correre, ma saranno quelle del Motomondiale ad andarsene. Non è detto, comunque, che sia una separazione definitiva. Lo stesso Viegas ha lasciato aperta la possibilità di un futuro ritorno, purché vengano realizzati gli interventi necessari.
Del resto, se quasi un secolo di storia insegna qualcosa, è che Phillip Island è sopravvissuta a tutto: ai debiti, alle piogge, all'asfalto distrutto, all'abbandono e persino alle pecore che pascolavano tra le curve. Chissà che, prima o poi, non riesca a superare anche quest'ultimo addio.