MotoGP - Stoner e il mondiale 2007: “In Honda ho dimostrato che Ducati vinceva grazie a me”
Stoner compie 41 anni e torna al 2011: il titolo vinto a Phillip Island nel GP di casa, zittendo chi lo credeva solo un figlio della Ducati
La più vecchia accusa del motorsport
“È la moto che vince, non il pilota”. Nei paddock è una frase che gira da sempre e che, prima o poi, tocca a chiunque domini con un mezzo superiore. A Casey Stoner è toccata dopo il mondiale 2007 con la Ducati: la Desmosedici aveva un motore che sul dritto faceva paura e molti, racconta lui stesso in un video pubblicato da motogp.com, ne hanno approfittato per liquidarlo come uno che aveva semplicemente la moto migliore. Una lettura che l’australiano si è portato dietro per anni e che ammette di aver sopportato con fatica. La risposta è arrivata nel 2011, con la Honda. Una Casa che, sottolinea Stoner, non vinceva il titolo della classe regina da parecchio (l’ultimo era quello di Hayden nel 2006) e con cui lui è riuscito a rifare esattamente lo stesso risultato ottenuto a Borgo Panigale. Due titoli, due moto diverse, stesso pilota: difficile continuare a dare il merito al mezzo. Stoner tiene però a non intestarsi tutto da solo, “si vince e si perde come squadra”, e racconta quel giorno come una gioia collettiva più che una rivincita personale.
Il giorno in cui si è incastrato tutto
Perché quel titolo è arrivato in una domenica che sembra scritta a tavolino: 16 ottobre 2011, Phillip Island, GP di casa, giorno del 26° compleanno e quinta vittoria consecutiva sulla pista australiana (la sesta arriverà nel 2012). Stoner è convinto che nessun altro nella storia abbia messo insieme tutto questo in ventiquattro ore, e in effetti viene difficile dargli torto. Eppure la giornata era cominciata storta. Jorge Lorenzo, unico rivale ancora in corsa per il mondiale, era caduto nel warm-up del mattino ferendosi a un dito e aveva dato forfait. A Stoner bastava finire nei primi quattro e questo, spiega, gli ha ribaltato la testa: dall’idea di vincere la gara a quella di non buttare via un titolo già a portata di mano. Partito dalla pole, aveva preso subito il largo sull’asciutto; poi a circa tre quarti di gara è arrivata la pioggia, parecchi piloti sono finiti a terra e anche lui ha rischiato di cadere. Il resto lo ha fatto quella che lui chiama una lotta interiore: quanto spingere e quanto rischio prendersi, con il pubblico di casa che chiedeva la vittoria e la classifica che chiedeva solo di arrivare. Alla fine ha vinto con 2,2 secondi su Marco Simoncelli (quello, gli appassionati lo ricordano benissimo, fu il suo ultimo gp), davanti a Dovizioso e Pedrosa: quattro Honda nei primi quattro posti e titolo chiuso con due gare d’anticipo.
Un ricordo che pesa più del solito
Il racconto arriva nella settimana del GP d’Australia, l’ultimo a Phillip Island prima del passaggio al circuito cittadino di Adelaide dal 2027. Stoner, che sull’isola ha costruito una buona fetta della sua leggenda, non ha gradito la scelta e lo ha detto senza giri di parole, contestando sia l’addio alla pista sia la sicurezza di un tracciato cittadino. Insomma, questo weekend la nostalgia è assicurata, e non solo per lui.