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Appennino Reggiano, in moto tra case a torre e borghi dimenticati

Tra Canossa, Casina, Carpineti e Vetto, il nostro itinerario attraversa un territorio fatto di piccole stradelle, nuclei rurali in pietra e antiche case a torre. Secoli di vita contadina da gustare senza fretta, seguendo curve e vallate…

Un itinerario per “architetti” e appassionati

L’Appennino Reggiano custodisce un patrimonio poco conosciuto che non si trova nei grandi centri storici o nei castelli più celebri, ma nei piccoli borghi sparsi tra boschi, prati e crinali, dove le case a torre, abitate al tempo dalle famiglie più facoltose, rappresentano forse uno degli elementi architettonici più caratteristici del paesaggio. L’itinerario che vi proponiamo qui - come sempre modificabile in base a gusti e preferenze, si sviluppa tra le colline e le vallate dei comuni di Canossa, Casina, Carpineti e Vetto, lungo strade secondarie generalmente asfaltate e poco trafficate. In alcuni casi può essere necessario affrontare brevi tratti sterrati: non serve un’endurona da deserto, ma se avete paura di rovinare gli pneumatici nuovi e volete sgranchirvi un po’ le gambe, sono facilmente evitabili lasciando la moto e proseguendo a piedi. In ogni caso, a rendere piacevole il percorso contribuisce anche la rete di provinciali che collega le varie tappe. Non ci sono passi alpini o strade da piega estrema, ma un continuo alternarsi di curve dolci, saliscendi e scorci aperti sulle vallate. 

Vedriano, porta d’ingresso alla zona matildica

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La partenza è da Vedriano, nel comune di Canossa. Il borgo, di origine medievale, si sviluppa lungo la strada principale e conserva un tessuto edilizio che racconta secoli di trasformazioni, dal tardo Medioevo fino all’Ottocento. Nella parte alta dell’abitato si trova una delle case a torre più interessanti dell’intero percorso, con la caratteristica torre che domina ancora oggi il piccolo nucleo abitato, offrendo e un primo assaggio del filo conduttore che accompagnerà il viaggio. Siamo solo all’inizio: le strade che collegano Vedriano alle tappe successive attraversano un paesaggio tipicamente appenninico, fatto di campi coltivati, boschi e piccoli nuclei rurali che compaiono all’improvviso dietro una curva.

Monchio di Sarzano e Croveglia

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Lasciata la zona di Canossa si raggiunge il territorio di Casina, dove la prima sosta è a Monchio di Sarzano, conosciuto anche come Monchio dei Ferri. Il nucleo più antico del borgo ospita il complesso dei Rossi, considerato uno degli esempi più significativi dell’architettura rurale dell’Appennino Reggiano. Gli edifici sono disposti attorno a una corte centrale e si sviluppano su due torri angolari dalle evidenti caratteristiche cinquecentesche. Da qui vale la pena proseguire verso Croveglia, piccolo abitato affacciato sulla valle del Tresinaro, fatto di abitazioni in pietra e cortili curati. Preziosa anche la posizione panoramica, che rende Croveglia una delle soste più piacevoli dell’intero percorso.

Valcava e Romagnano, nel cuore del territorio di Carpineti

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Entrando nel comune di Carpineti si incontra Valcava, lungo il tracciato del Sentiero Matilde. Qui una corte settecentesca introduce a una delle testimonianze meglio conservate della tradizione rurale locale. L’accesso avviene attraverso un grande arco che conduce a un insieme di edifici raccolti attorno a uno spazio centrale. Molto bello, vale una sosta.  Chi ha voglia di allungare leggermente il percorso può fare una deviazione verso il vicino Castello di Carpineti, una delle testimonianze più importanti del periodo matildico nell'Appennino Reggiano. La rocca domina il territorio dall'alto e rappresenta una delle mete più conosciute della zona. 
Di nuovo, le strade che collegano Valcava a Romagnano scorrono tra boschi e pascoli: la guida è morbida, rilassata, piacevole. Si va piano e ci si gode il paesaggio bucolico. Anche nei fine settimana il traffico resta generalmente contenuto, soprattutto una volta lasciate le direttrici principali. 
Romagnano rappresenta una delle tappe più interessanti dal punto di vista architettonico. Le sue origini risalgono tra il XV e il XVII secolo e molti edifici conservano decorazioni realizzate con la pietra proveniente dal vicino Monte Valestra. Portali, finestre e cantonali mostrano motivi geometrici e zigrinati che meritano un’osservazione attenta. Non serve essere architetti o storici dell’arte per apprezzarne la bellezza. 

Valmezzana e Poiago, tra memoria e abbandono

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Poco distante da Romagnano si raggiunge Valmezzana. Per arrivare all’antico borgo può essere necessario percorrere un breve tratto non asfaltato, motivo per cui chi viaggia con una moto poco adatta allo sterrato potrebbe preferire gli ultimi metri a piedi. A voi la scelta.  
La ricompensa è la vista di un insediamento ormai quasi completamente abbandonato. Tra la vegetazione emerge una torre a pianta quadrata sviluppata su tre livelli e sormontata dalla colombaia, attorno a cui si distinguono i resti di altri edifici rurali. Il contrasto con la tappa successiva è evidente. A Poiago la casa a torre è stata recuperata e inserita in un complesso oggi utilizzato come struttura assistenziale. La torre, risalente al XVI secolo, conserva la pianta quadrata, i tre livelli originari e la caratteristica colombaia nella parte superiore. 

Castellaro, ultima sosta prima del ritorno

L’ultima deviazione conduce nel territorio di Vetto, a Castellaro. Qui sorge Casa Castellaro, un complesso seicentesco che rappresenta una degna conclusione del viaggio. L’edificio si distingue per l’imponente elemento a torre e per i numerosi dettagli in pietra che decorano accessi e facciate. La grande corte che affianca la casa permette di osservare l’insieme architettonico con la giusta prospettiva, comprendendo come queste strutture fossero al tempo stesso abitazioni, centri agricoli e punti di riferimento per il territorio circostante. È una bella immersione nella storia di allora. Prima di rientrare vale la pena concedersi ancora qualche chilometro tra le colline di Vetto. Le strade che attraversano questa parte dell'Appennino mantengono le stesse caratteristiche incontrate lungo tutto l'itinerario: carreggiate secondarie, poco traffico e continui cambi di panorama che rendono piacevole anche il semplice trasferimento da un borgo all'altro.

Per rimanere in zona: I borghi nascosti dell’Appennino da riscoprire in moto

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